ACCORDO DI MINSK: ECCO COSA METTE A SERIO RISCHIO LA TREGUA UCRAINA

IMG_0650La tregua raggiunta grazie all’accordo di Minsk il 12 febbraio scorso, sembra poggiare su una base molto fragile, pronta a crollare al soffio di un vento che, proveniente soprattutto da oltreoceano, continua a spirare con veemenza nella speranza di rinvigorire nuovamente le fiamme della discordia in Ucraina.

FATTORI GEOPOLITICI E SCACCHIERE EUROPEO

Alcuni fattori spingono a pensare che la tregua non durerà ancora molto tempo, al di là di tutte le speranze riposte dalla diplomazia europea. Inanzitutto perché nella comunità internazionale sono presenti due volontà politiche radicalmente opposte, anche se per adesso non ancora entrate in aperto conflitto: quella statunitense e quella europea, o per meglio dire franco-tedesca. Gli statunitensi spingono per inasprire il conflitto con la Russia e desiderano con tutte le forze, l’allargamento della NATO nell’est Europa.  La stessa volontà viene perseguita dalla Polonia, che aspira al ruolo di potenza regionale e dalle repubbliche baltiche che dallo scoppio dei disordini prima e del conflitto in seguito in Ucraina hanno assunto un atteggiamento alquanto paranoico nei confronti della Russia e delle minoranze russofone presenti nei propri territori. Molto più prudenti sembrano essere le posizioni delle nazioni mitteleuropee con Slovacchia e Ungheria in testa, consce che un conflitto economico e nel peggiore dei casi militare, danneggerebbe in modo irreversibile le loro economie. La Romania invece, spingendo sempre di più per l’entrata della Moldavia nell’Unione Europea, al fine di intessere rapporti molto più forti con quella che considera come una sua terra, vorrebbe così stroncare sul nascere un’eventuale situazione simil-Ucraina nella Transnistria filo-russa. Bucarest quindi assume una posizione perfettamente occidentalista, ma molto più morbida e dai toni meno accesi a differenza dei baltici e dei polacchi, colti da una vera e propria isteria russofobica.

La Germania, seppure nazione occidentalista, non può permettersi una guerra economica di lunga durata (e peggio ancora militare) con l’orso russo. I tedeschi sono i primi partner commerciali di Mosca e moltissimi dei loro imprenditori si sono espressi già contro la guerra per ovvi motivi. L’economia di quella che aspira ad essere la prima potenza continentale, verrebbe danneggiata gravemente e verrebbero in questo modo bloccate sul nascere le aspirazioni di una nazione. I tedeschi non sembrano voler rinunciare alle loro ambizioni, che tuttavia per essere realizzate, devono passare per forza da un buon rapporto con Mosca. D’altra parte però in questo momento storico, la Germania sembra non voler prendere una posizione decisamente anti-statunitense e anti-occidentale e come si suol dire, fa buon viso a cattivo gioco e così adeguandosi ai dettami Nato, manda addestratori in Ucraina e probabilmente armi, presagendo però che questi non sarebbero bastati ad arginare la determinazione dei ribelli novorussi; una posizione comunque radicalmente diversa e meno bellicosa di quella degli statunitensi che si sono già prodigati ad inviare loro mercenari, addestratori, consiglieri, ministri poi naturalizzati ucraini e che ai principi di dicembre scorso hanno approvato alla Camera una risoluzione dai toni decisamente guerrafondai e anti-russi.

Minsk-2

Parigi condivide le stesse preoccupazioni di Berlino, inoltre Hollande nel mantenere rapporti cauti con Mosca tenta di arginare anche la forte spinta del Fronte Nazionale che più volte ha criticato il governo francese di non fare gli interessi della nazione perseverando così nell’accontentare la volontà statunitense con l’approvazione di nuove sanzioni economiche.

Dunque l’accordo raggiunto a Minsk costituisce un primo risultato, seppur molto fragile, raggiunto da quello che potrebbe essere un asse in fieri costituito da Parigi, Berlino e Mosca: prospettiva, quella di un asse continentale franco-tedesco-russo, analizzata nel 2004 nel libro intitolato proprio “Parigi, Berlino, Mosca la via dell’indipendenza” da Henri de Grossouvre. Gli americani hanno capito già da tempo il reale pericolo che quest’asse potrebbe arrecare ai propri interessi e quindi soffiano sempre di più sulle ceneri ucraine nella speranza che l’incendio divampi di nuovo. Washington, desiderosa dell’espansione della Nato ai confini russi e ancora di più di un’Europa vassalla e accondiscendente, farà di tutto per ostacolare i tentativi diplomatici di risoluzione del conflitto, sfruttando abilmente lo sciovinismo anti-russo dei polacchi e dei baltici, desiderosi anch’essi di creare una sorta di Intermarium dal Baltico al Mar Nero contro Mosca giudicata essere un grave pericolo per i loro interessi. La prospettiva che si delineerebbe appare in sintesi, in questo modo: in Europa da una parte c’è una sorta di asse (solo economico in un primo momento)in stato embrionale che verrebbe a crearsi tra Francia, Germania e Russia e dall’altra l’ambizione dei Polacchi di ricreare, coadiuvati dagli statunitensi, una nuova Intermarium con le repubbliche baltiche e gli ucraini(e probabilmente anche i rumeni), in modo da stringere in una tenaglia Mosca. Da segnalare in ultimo luogo, la totale marginalità dell’Italia in questo contesto che viene a delinearsi. Roma, appare ancora strettamente dipendente dai dettami Nato e, come da costante negli ultimi decenni, non ha sviluppato una propria politica estera realmente indipendente e lungimirante, così da limitarsi ad approvare le sanzioni volute da Washington e ad “avvertire” Putin che la sovranità ucraina va rispettata, di fatto perseguendo una perniciosa politica da stato-colonia nei confronti dei propri stessi interessi economici, intrecciati fortemente con Mosca. La facilità con la quale gli italiani si sono fatti soffiare una larga fetta di loro interessi prima nei Balcani e poi in Libia, testimonia tristemente che lo stivale sembra avere l’unico ruolo di essere un’enorme portaerei per le scorrerie della Nato in territorio africano e che difatto non ha alcuna visione geopolitica strutturata.

FATTORI POLITICI IN UCRAINA

D’altra parte nell’accordo raggiunto in Bielorussia, non si è tenuto conto o si sono trascurati i fattori politici ucraini, quelli che possono dar vita al casus belli di un nuovo conflitto. Inanzitutto lo sciovinismo di formazioni ucraine quali il Pravy Sektor e i loro battaglioni contigui politicamente come l’Azov, l’Aidar e il Donbass fra tutti. Essi, in un clima di esaltazione e russofobia illimitata, non saranno mai disposti ad accettare una tregua che vedono come una violazione ai loro doveri “morali” e politici. Poche ore dopo il raggiungimento dell’accordo, il capo di Pravy Sektor, Yarosh, in un suo post su Facebook, già lo condannava dicendo che lui e i suoi uomini sarebbero stati disposti a continuare la guerra. Questi gruppi nazionalisti, seppur non ancora capaci di esercitare una reale influenza sulla popolazione occidentale ucraina(quella non russofona), hanno comunque raggiunto un riconoscimento in ambito militare tramite i loro battaglioni di volontari, tanto da essere integrati nella Guardia Nazionale; il ministero della difesa infatti ha conferito loro svariati compiti, dal pattugliamento all’azione diretta al fronte. Più volte poi, sono stati capaci di creare disordini nella capitale Kiev, dove comunque oltre che dalla polizia, sono stati respinti anche dalle formazioni di autodifesa di piazza Maidan, simbolo questo che avvalora la tesi della poca influenza sulla stessa popolazione non russofona; ciò tuttavia non vuol dire che il potere dell’oligarca Poroshenko non sia in pericolo. Gli ultranazionalisti potrebbero causare disordini permamenti se non vedessero soddisfatte le loro richieste tanto da creare un clima di instabilità che porterebbe alla caduta del già fragile governo Poroshenko. Inoltre potrebbero attuare sabotaggi o piccole azioni contro le postazioni novorusse, così da mettere in palese imbarazzo il governo di Kiev che a quel punto verrebbe visto come causa della violazione della tregua poiché ritenuto incapace di gestire quelli che a tutti gli effetti sono dei suoi militari, anche se inquadrati in formazioni volontarie e para-militari. La determinazione di queste formazioni ci porta a credere che scateneranno molto probabilmente le situazioni sopracitate, così da creare un clima di instabilità politica tale da causare la caduta di Poroshenko. Questo scenario va a vantaggio di Washington che desidererebbe un governo molto più interventista e anti-russo, magari guidato proprio da uno dei capi delle formazioni scioviniste russe o comunque un governo fortemente influenzato da consiglieri o ministri provenienti da tali formazioni. Nulla ci spinge a non credere che futuri disordini o “false flag” saranno attuati con l’aiuto decisivo dei servizi statunitensi, che hanno interesse che la guerra riprenda. Un altro fattore interno, indissolubilmente collegato al primo, è costituito dalle popolazioni russofone sotto controllo però del governo di Kiev, in special modo quella di Odessa, teatro già di un orrendo massacro perpetrato dalle formazioni nazionaliste ai danni della popolazione locale. Indubbiamente queste popolazioni non amano affatto il governo centrale e sperano un giorno di congiugersi alla repubblica novorussa. Al probabile ripetersi di vessazioni da parte dei paramilitari nazionalisti, messe in atto proprio per creare un clima di terrore e disordine nella nazione, si potrebbe assistere a nuove insurrezioni e alla probabile ripresa del conflitto tra ucraini e novorussi, che non potrebbero a quel punto non correre in aiuto dei loro fratelli di Odessa. A questo punto si verificherebbe uno scenario opposto al primo, con la colpa di aver violato la tregua che ricadrebbe non sui paramilitari e su Kiev, ma sui novorussi intervenuti per reagire alle provocazioni ucraine che tra l’altro continuo a susseguirsi in questi giorni con il concentramento di mezzi militari e soldati nella zona cuscinetto (prevista dall’accordo) tra le due entità politico-militari.

Dunque, la tregua potrebbe essere violata in due modi diversi: azione diretta delle milizie scioviniste, con gravi disordini a Kiev che potrebbero comportare la caduta di Poroshenko o azione indiretta delle stesse e dell’esercito ucraino che, con false flag o provocazioni scateneranno la reazione novorussa. Nel primo caso, si avvantaggerebbero le posizioni dei franco-tedeschi che vedrebbero palesarsi la totale incapacità del governo ucraino di gestire le proprie situazioni interne, nel secondo invece quelle statunitensi che avranno la conferma della pericolosità del nemico novorusso. Ovviamente il secondo scenario costituisce un’occasione d’oro per Washington che con innumerevoli macchinazioni e grazie all’azione dei suoi uomini in territorio ucraino, potrebbe agevolare la creazione di certe situazioni. Starà allora all’intelligenza dei tedeschi e dei francesi capire che eventuali disordini in Ucraina saranno frutto dell’azione diretta di chi ha interesse che il conflitto riprenda. Solo allora, potrebbe venire a crearsi una reale crisi tra Francia-Germania e gli statunitensi. Se invece, tutto rientrerà negli schemi occidentalisti, e francesi e tedeschi incolperanno i novorussi vorrà dire che avremo assistito ad un grande bluff che tuttavia dovrà esserci di insegnamento su quanto potente e nefasto sia l’influsso americano sugli affari europei.

Hirpus.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.