Multinazionali e liberismo: i veri nemici del popolo

produci-consuma-crepa-graficanera-NO-COPYRIGHTMultinazionale è un termine che ricorre spesso nelle vicende del nostro tempo. Termine che adesso viene spesso accostato ad un altro che è oggetto di parecchie dispute negli ultimi quindici anni e cioè “globalizzazione”. Erroneamente si crede che il termine “multinazionale” sia stato coniato nel corso della seconda metà del secolo scorso ma pochi sanno che i primi esempi primordiali di controllo e gestione delle materie prime erano già presenti nella città stato di Venezia nel quindicesimo secolo e gestiva tutta una serie di operazioni finanziarie a livello internazionale. Solo alla fine del diciottesimo secolo e all’inizio del diciannovesimo si assistette alla crescita e alla proliferazione delle multinazionali, di pari passo con gli sviluppi dell’economia capitalistica mondiale. Nel corso del secolo scorso, con il mutare degli eventi e con la fine della seconda guerra mondiale, lo scenario economico e politico è stato volutamente mutato e il termine “multinazionale” s’è definitivamente sposato con i termini “capitalismo” e “globalizzazione” creando una unica entità che ormai ha una valenza prettamente negativa. Il fenomeno delle multinazionali è, quindi, caratterizzato dalla monoliticità del potere. Il ruolo delle multinazionali, specialmente nei paesi del cosiddetto “terzo mondo”, s’è rivelata stata una scure pesantissima che ha rotto definitivamente i già precari equilibri di quella parte del mondo.

L’intreccio tra queste tre fenomenologie e i poteri governativi di stampo liberal – liberista è diventato all’apparenza indissolubile e ha scatenato una sorta di guerra metodica contro le culture identitarie e nazionali e le rispettive sovranità monetarie con un nuovo termine che racchiude tutto ciò  e cioè “libero mercato”. Il punto forte delle globalizzazione liberista è una non tanto velata imposizione di un modello di vita basato sull’acritica accettazione del binomio “produci-consuma”. La globalizzazione ha portato con se un nuovo modello di colonialismo da parte dei paesi d’origine delle multinazionali più potenti, maggiormente rappresentati nelle strutture economiche sovranazionali quali ad esempio il FMI . Attraverso le quali le nazione più potenti riescono a imporre le loro politiche economiche ai paesi più poveri. Usando una sorta di ricatto economico, attraverso la concessione di prestiti e la forzata accettazione di politiche economiche liberiste.

In questa maniera i paesi più poveri non sono solo costretti ad accettare politiche economiche di stampo liberista imposte dai paesi più ricchi, ma entrando in un vortice di completa sudditanza, come un cane che si morde la coda, sono costretti ad indebitarsi a tempo indeterminato e conseguentemente a svendere anche le loro risorse territoriali (come sta accadendo alla Grecia in queste ore).

Il tutto è stato spostato da una dimensione nazionale ad una dimensione aziendale con conseguenti decisioni di politica economica e fiscale che ha portato le maggiori imprese a delocalizzare all’estero una parte o l’intero processo di produzione alla ricerca di manodopera a basso costo del lavoro, di Paesi con una bassa imposizione fiscale o di un costo delle materie prime inferiore rispetto al mercato interno. La delocalizzazione dipende da fattori strategici, manageriali e dalle politiche di marketing, quindi coinvolge la gestione d’impresa a livello globale. Il fenomeno delle multinazionali è, quindi, un fenomeno caratterizzato dalla monoliticità del potere. Il ruolo delle multinazionali, specialmente nei paesi del cosiddetto “terzo mondo”, è stata una scure pesantissima.

Massima espressione del processo globalizzatore delle multinazionali è la tanto attesa manifestazione del “pensiero unico”. Un grosso evento mondiale sul cibo basato su un modello di sfruttamento dell’uomo e della natura. Una vetrina dannosa, una macchina mangiasoldi dove i cittadini sono ridotti a voraci consumatori e il tutto una massima espressione della “globalizzazione” che da più di un decennio sta indirizzando il mondo verso un baratro pilotato. Il tema scelto per questa esposizione: “Nutrire il pianeta, energia per la vita” che suona all’orecchio e all’occhio dell’ascoltatore o de lettore risulta essere una grossissima presa per i fondelli perché gli stessi attori che stanno affamando il pianeta sono gli stessi che adesso cianciano di salvaguardare la “salute”. La domanda sorge spontanea: “Nutrire il pianeta o nutrire le multinazionali?” La risposta è alquanto facile: la seconda.

Sì, perché le multinazionali sono tra le protagoniste (e promotori ?) di questa manifestazione e quindi ogni discorso ad effetto sul “Prevenire le nuovi grandi malattie sociali della nostra epoca, dall’obesità alle patologie cardiovascolari, dai tumori alle epidemie più diffuse, valorizzando le pratiche che permettono la soluzione di queste malattie […] Assicurare nuove fonti alimentari nelle aree del mondo dove l’agricoltura non è sviluppata o è minacciata dalla desertificazione dei terreni e delle foreste, delle siccità e dalle carestie, dall’impoverimento ittico dei fiumi e dei mari” risulta ancora una volta essere soltanto fumo negli occhi.

Infine il tutto è stato accompagnato dai “tanto attesi” scandali, appalti, sfruttamento dei giovani lavoratori e ritardi che sono un marchio “made in Italy” (quello vero è stato sistematicamente fatto morire da una chirurgica politica di smembramento del tessuto economico ed industriale) non invidiabile tipico del teatrino dello stivale repubblicano dal secondo dopoguerra ad oggi. La globalizzazione fa comodo alle multinazionali. Stiamo parlando di imprese che hanno capacità di vendita tale che nessun Paese può assorbire ciò che viene immesso sul mercato. Perciò spingono per avere un mondo dove le merci circolino liberamente. Questo ha portato con sé la globalizzazione della produzione, cioè la delocalizzazione delle fabbriche, per cui l’azienda americana realizza i prodotti in Indonesia, li assembla in Cina e li vende in Europa.

La questione che sta caratterizzando questi ultimi tempi è sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership – TTIP) che è un trattato di libero scambio che l’Unione Europea è chiamata (nb) a concludere con gli Stati Uniti. Questa trattativa, con la scusa di un’armonizzazione delle normative sul libero commercio, antepone il mercato e gli interessi privati a quelli della collettività e apre ad una riduzione degli standard sociali e ambientali.

Questo trattato mette a rischio su OGM, sull’uso di pesticidi ed etichettatura dei prodotti, su energia, agricoltura e clima e darebbe libero accesso alla definitiva eutanasia degli ultimi esempi di tessuto economico e sociale e grave rischio per diritti civili, sociali, natura e beni comuni. Quindi, in realtà l’accordo tra Ue e Stati Uniti non si limita agli scambi commerciali: va ben oltre. Vi sono nazioni sovrane che ancora reggono l’urto dell’invasione dell’imperialismo capitalista e che hanno deciso di ridare lustro ai prodotti e alle industrie interne al posto delle multinazionali occidentali ma che pedissequamente vengono ancora ostacolate da queste ultime.

Noi siamo dalla loro parte sperando che siano da esempio per una rinascita dell’intero tessuto industriale italico.

Compañero Rossobruno

“L’umanità crede di rimediare ai propri errori ripetendoli”.

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