Critici proletari ? Forse meglio dire passatisti sovietisti

criticaprolNon potevamo trovare miglior occasione per inaugurare la nostra rubrica POLEMOS quando, girovagando nell’etere ed osservando i sommovimenti politici che dovrebbero interessare le ali antagoniste del panorama politico italiano (ormai sempre più spesso guardie bianche del sistema vigente), ci siamo imbattuti nel sito della rivista facente capo a Comunisti Sinistra Popolare, il movimento politico di Marco Rizzo, rivista per l’appunto denominata “Critica Proletaria”. Visto che come si può facilmente capire il termine ha subito colpito la nostra attenzione, ci siamo soffermati a controllare i contenuti di questo nuovo laboratorio politico diretta espressione del postneocomunismo italiano. Abbiamo sempre riconosciuto anche in passato a Marco Rizzo una sicura preparazione di analisi nell’attualità economica e geopolitica affiancata da una scarsa attitudine strategica e da un nostalgismo esasperato limitato ai soliti afflati stalinisti che con la nostra nazione hanno poco a che spartire. In particolare ci siamo soffermati su un lungo articolo di teoria politica, incuriositi dall’uso della parola “Rossobrunismo” (termine a cui siamo stati avvicinati più di una volta e che non ci ha mai provocato nessun fastidio). L’articolo (FONTE)  già nel suo titolo “Teorie borghesi contro il Proletariato. Dal Sovranismo al Rossobrunismo” si presentava alquanto succoso per non proporre una risposta scritta (che speriamo arrivi al destinatario) che analizzi quanto proposto nell’elaborato.

L’articolo comincia con la solita “vena iper-produttiva e materialistica” che contraddistingue il socialismo scientifico, che dopo quasi due secoli non ha ancora minimamente inquadrato la questione in ambito nazionale, riuscendo comunque a produrre alcune interessanti affermazioni circa i caratteri della Socialdemocrazia totalmente prona al capitale: “Uno dei fondamenti del marxismo, ossia del socialismo scientifico, è la scoperta del fatto che: 1) sono i rapporti di produzione, ossia come gli uomini entrano in relazione tra di loro per produrre, che danno forma a tutte le manifestazioni della società; 2) la corretta interpretazione di tali rapporti, non solo consente di capire come quella società funziona, ma soprattutto quali sono le leve per cambiarla. Compito dei comunisti è affermare questa acquisizione, applicarla nella pratica politica, farla diventare patrimonio quotidiano della classe che è chiamata ad attuare la rivoluzione: il proletariato, nel nostro caso il nuovo proletariato, costituito dalla classe operaia e dai nuovi ceti proletarizzati. Trascurare, negare, camuffare, annacquare questa acquisizione è stato ed è il compito principale dei vassalli del capitale, (controrivoluzionari, finta sinistra e socialdemocratici) che tendono in vario modo a trasformare in altre teorie questo palese  stravolgimento.

Senza nessun passaggio minimamente autocritico sul fallimento della dottrina comunista, di cui si rigettano tutti gli estensori da Krushev in poi (come se fossero marziani scesi dallo spazio e non diretta espressione della nomenklatura sovietica) si ripercorrono i passaggi delle “grandi conquiste del socialismo”, ovviamente sempre in ottica marxista-leninista-stalinista, implicitamente ammettendo che l’euroitalocomunismo nostrano di cui Rizzo, sarà bene ricordarlo, ha fatto parte, al massimo può aver sostenuto qualche lotta sindacale e ha trovato nei suoi leader personaggi come Napolitano che, fin dagli anni 70 si sono dimostrati dei puri revisionisti interni contro cui, non ci risulta, nessuno abbia mai lanciato anatemi particolari.

Scorrendo l’articolo si scorgono bagliori di lucidità quando finalmente si centra uno dei cardini del problema ossia il Capitalismo (“Oggi, in cui ogni opzione riformista è azzerata, in cui le rivendicazioni sindacali sono solo (per bene che vada) di difesa o di parziale attenuazione dell’offensiva padronale, in cui i cosiddetti movimenti si ritrovano a brancolare senza una chiara strategia su come indirizzare le lotte, solo una chiara strategia rivoluzionaria scientifica può dare una speranza agli sfruttati e organizzarli con successo. Davanti a una fabbrica che sta chiudendo, a un call-center che sta delocalizzando, a un asilo che non potrà erogare più le sue prestazioni, a che serve nascondere la verità? A che serve tacere sul fatto che la crisi è del sistema e che IL CAPITALISMO NON È MALATO, È LA MALATTIA.), salvo poi rifugiarsi nei soliti capisaldi dottrinari quali Marx ed Engels e riparlare nuovamente di Socialismo Scientifico, tra l’altro inquadrando il tutto nell’ottica operaia, che fa tanto “comunista”, ma che non tiene conto di tutta la pletora di nuove “classi” di lavoranti (che va dai magazzinieri di stoccaggio nelle multinazionali moderne, alla schiavitù nei call center fino al precariato impiegatizio a tempo determinato) che fornisco certamente un senso nuovo alla parola Proletario.

Un passaggio che ci piace sottolineare e che riteniamo molto grave dal punto di vista economico, è la totale assenza di qualsiasi cenno all’ambito monetario laddove si continua pedissequamente ad insistere sui meccanismi scientifici che il marxismo avrebbe “dimostrato”, quando ormai anche un normale studente di Liceo sa che per regolare l’economia (anche in chiave anticapitalistica come noi intendiamo proporre) si necessita della proprietà statale della moneta; di questo nell’articolo non se ne fa assoluta menzione ma anzi si ironizza in maniera preoccupante: “recupero della “sovranità monetaria” per farne che, da consegnare a chi? A un governatore della Banca d’Italia anziché a un governatore della BCE?”

Perché mai la sovranità monetaria è per questi signori un argomento di facile ironia ?

Il fatto che ai tempi di Marx tale argomento non fosse al centro delle discussioni dottrinarie economiste, questo passaggio rivesta nel 2015 una vitale importanza, in quanto trattasi di una situazione assolutamente rara, specie nell’occidente atlantista, laddove tutte le Banche Nazionali sono in mano ai privati.

Pertanto riteniamo questa “mancanza”, peraltro voluta, un limite di preparazione tecnica che intende regolare “scientificamente” i meccanismi economici di una nazione e che non contempla come condizione sine qua non la proprietà statale dell’organo che batte moneta (Zecca di Stato/Banca d’Italia). Giustificare il capitalismo come un mero problema di tipo produttivo non solo è solo limitato ma è scientificamente errato.

La critica più che proletaria si potrebbe addirittura evidenziare in chiave antinazionale laddove si continua a parlare di stati borghesi (come se fosse la borghesia a comandare) e non di problematiche della Comunità Nazionale, e mostra un altro evidente limite strategico al concetto generale che confusamente si vuole esprimere. Il Proletariato Internazionale ha un che di romantico per i pacifinti della storia ma non trova riscontro nella storia degli ultimi tre millenni, neanche nel momento del massimo apogeo marxista. Tra l’altro, entrando in ambiti geopolitici ben delineati, le forze più fieramente antimperialiste sono rappresentate da quei paesi come Venezuela, Bolivia, Siria, Iran, Korea del Nord, Russia, etc… dove gli ambiti nazionali sono presenti in maniera tangibile e sono da collante per una comunità che ha perfettamente capito quale sia il “nemico”; paesi tra l’altro dove non sono presenti nazionalismi beceri come potrebbe pensare un comunista col mal di pancia.

La conferma di ciò che asseriamo la troviamo quando l’estensore dell’articolo comincia giustamente ad osservare il panorama geopolitico internazionale. Già sapevamo che all’interno di questa corrente “comunista” la capacità di analisi geopolitica era sicuramente più lucida di tutto il resto dell’ambito postmarxista, e riesce concretamente ad esprimere una posizione non ambigua specie sulla Siria: “La vicenda mediorientale è emblematica. Non capendo il ruolo svolto in diversi gradi di aggressività dagli imperialismi in gioco, si passa da un appoggio incondizionato e scriteriato a tutto ciò che si agita all’interno di una società, anche se poi questi si dimostrano canaglie al soldo dell’imperialismo come i cosiddetti ribelli libici o siriani, oppure a un tifo acritico per tutto che sembra non esser in linea con l’Atlantismo. L’esempio della guerra di Siria è davvero emblematico. I comunisti non possono scambiare il malessere che ha pervaso quella società, che certamente non è una società socialista come la intendiamo noi, per una rivoluzione proletaria; né d’altro lato il semplice appoggio militare della Russia si può pensare che venga dato per fini internazionalisti da quel paese. L’esperienza della vicenda libica dovrebbe pur insegnare qualcosa, quando russi e cinesi trovarono convenente scaricare la resistenza antimperialista di Gheddafi e del suo popolo. Anche qui ascoltare chi si trova giornalmente in contatto con la realtà siriana e condivide le lotte di quel popolo, come il nostro partito fratello dei comunisti siriani, sarebbe di gran lunga utile: opposizione politica del governo di Assad fin tanto che l’aggressione imperialistica interna ed esterna non diventa concreta, assolutamente al fianco di chi difende la propria nazione appena l’aggressione imperialista si manifesta. E ciò significa oggi essere concretamente a fianco del legittimo governo e dell’esercito siriano, per sviluppare domani la scelta comunista.”

Finita questa felice parentesi geopolitica si arriva al succo della questione nel momento in cui si palesano tutti i limiti strategici di un postmarxismo in salsa sovietica. Il rossobrunismo (ossia teoricamente quel luogo politico e metapolitico dove gli estremi antagonisti rossi e neri possano trovare un loro pragmatico punto di incontro) è diventato lo spauracchio di qualsiasi politicante definito di “sinistra”. Visto che i Socialisti Nazionali, non amano certamente definirsi di destra e rifuggono dagli ambiti in cui i soliti guardiani li vorrebbero inserire, possiamo con certezza affermare che troviamo tutta questa “fobia da sconfinamento dottrinario” alquanto ridicola e divertente, specie se enucleata come in questi passaggi: “In questo ambito hanno proliferato vecchie teorie che hanno preso il nome di rossobrunismo, facendo riferimento a una squallida operazione propagandistica che ebbe vita breve sotto il nazismo nota come il nome di “nazionalbolscevismo” (…) si doveva dare una forma al movimento di massa reazionario che “assomigliasse” a ciò a cui si contrapponeva e che si desiderava smantellare. Da qui alcuni richiami a nozioni di “popolo”, di “nazione”, di “terra”, ma talvolta anche di “cultura” se non di “sangue”, che hanno una caratteristica in comune: sono tutte nozioni interclassiste nella forma in cui vengono articolate, ossia si crea la già citata marmellata interclassista in cui saremmo tutti uniti. Occorre precisare con forza che questo eclettismo è l’esatto contrario di ciò che furono i Fronti popolari antifascisti e la politica delle alleanze sociali che il nostro partito oggi propone. Infatti nei fronti popolari che si realizzarono in Europa e in Asia la cosa fondamentale era la presenza e il ruolo guida del Partito comunista, che diventa motore e protagonista, si legittima quindi come principale e più coerente forza antimperialista (…) Non è un caso quindi che ci sia una costante, torbida, spesso negata, ma più spesso sottaciuta continuità e contiguità tra un ampio range di posizioni che vanno da quelle esplicitamente fasciste o naziste, che si rifanno esplicitamente alla Repubblica di Salò, o anche posizioni che, pur rinnegando anche vivacemente quel riferimento, ne covano sotto la cenere i fondamenti.(…) PER I  COMUNISTI L’ANTIFASCISMO RISULTA ESSER COSTITUTIVO, resta sempre valida la definizione del fascismo data dalla Terza Internazionale con Dimitrov, che evidenziò il carattere di classe del “fascismo, che resta, nella sua funzione storica, un movimento reazionario, il cui carattere di massa è a sua volta reazione all’esigenza della borghesia di attingere a livello di massa per preservare il suo dominio.

I passaggi appena letti, oltre a palesare una “paura di sconfinamento” da parte di nemici ideologici ben individuati, mostra chiaramente quali siano i limiti politici della rivista in questione, laddove, ancora nel 2015 si mostri una totale fobia “autoreferenziale e costitutiva” senza la quale perderebbero valore molti dei principi dottrinari da loro enunciati: la costante ricerca del “nemico” che aiuti ad esistere. In questo francamente, non troviamo molte differenze fra questa posizione, e quella della socialdemocrazia italiana che ha (peraltro anche giustamente) inveito per oltre vent’anni contro il Signore di Arcore senza proporre alternative valide, quasi quella strategia fosse un rimedio unico per giustificare la propria insipienza politica.

E poi che significa antifascismo costitutivo ?

Ma ancora qualcuno crede che nell’epoca storica dove viviamo ci sia qualcuno che vuole riformare il PNF (dando magari ragione alle facezie di qualche destroterminale dal facile nostalgismo)?

Oppure tale posizione è solo la chiara dimostrazione che talune argomentazioni di tipo sociale devono rimanere di mera esclusività postmarxista senza che altri laboratori di pensiero politico possano occuparsene?

Oppure, ancora peggio, la necessità di scientificità e di antiborghesia palesano ancora oggi una “latente superiorità ideologica” peraltro mai dimostrata dal 1921 ad oggi in quasi 100 anni di storia comunista italiana, e la cui unica preoccupazione generata è la difesa del proprio orticello ideologico?

L’esempio di autoconfinamento nel recinto dove lo stesso sistema capitalista che intendono combattere li ha relegati, lo troviamo leggendo la parte finale del saggio, dove l’autore, dopo essersi “occupato” del Nazionalsocialismo non può mancare ovviamente nell’esternare il solito livoroso atteggiamento da sciancati della storia che ormai non ci sorprende nemmeno più: “Le stesse cose si possono dire per il fascismo, la cui matrice è rivoluzionaria e sociale solo a parole. Mussolini perde fin dall’inizio la sua carica socialisteggiante per attenersi pedissequamente ai voleri dei grandi latifondisti, degli industriali e del Vaticano e quand’anche alla fine della sua parabola, con  la Repubblica Sociale Italiana, cerca di inserire il tema della socializzazione, dimostra subito che questa è una bandiera di pura propaganda che urta immediatamente con la freddezza nazista per qualunque misura avente un pur vago sentore filo-bolscevico. E anche qui il rapporto tra Mussolini, il capo del fascismo italiano, e il suo vero padrone in Italia l’Obergruppenfhurer Wolff si tradusse in una commedia degli equivoci o per meglio dire in un gioco delle parti.”

L’aspetto che salta immediatamente agli occhi è che si cerca curiosamente di denigrare Mussolini e la sua “vena socialista” citando la Socializzazione (NB. Socializzazione che tra l’altro fa parte del programma politico del movimento condotto da Marco Rizzo) in chiave negativa. E’ paradossale che quasi si incolpi Mussolini ed i suoi collaboratori (da Tarchi a Sargenti) di non essere riusciti compiutamente a mettere in atto il programma socializzatore (laddove si evidenzia giustamente la figura di Wolff ci si dimentica di ricordarne la totale contrarietà nei confronti di Mussolini), senza curiosamente ricordare che l’idea primigenia nonché il decreto repubblicano di attuazione furono posti in atto nel 1944 dalla R.S.I. dopo essere stati teorizzati nel Manifesto di Verona. In questa sede non siamo interessati a ragionamenti di tipo ideologico ma altresì dobbiamo puntualizzare quale sia il giusto contesto storico. E non ci possiamo sicuramente esimere dal ricordare agli storici di Critica Proletaria questo documento con cui “a fucili ancora fumanti” furono vennero aboliti i decreti approvati durante la R.S.I.

DECRETO DEL CLNAI SUI CONSIGLI DI GESTIONE. 25 aprile 1945

Il Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia, considerati gli obiettivi antinazionali del decreto legislativo fascista del 12 febbraio 1944 n. 375 sulla pretesa “socializzazione” delle imprese, con la quale il sedicente Governo fascista repubblicano ha tentato di aggiogare le masse lavoratrici dell’Italia occupata al servizio ed alla collaborazione con l’invasore, considerata l’alta sensibilità politica e nazionale delle maestranze dell’Italia occupata che, astenendosi in massa da ogni partecipazione alle elezioni dei rappresentanti nei consigli di gestione, hanno manifestato la loro chiara comprensione del carattere antinazionale e demagogico della pretesa “socializzazione” fascista, considerata la situazione di fatto creata dal decreto legislativo del 12 febbraio 1944 e dai successivi decreti di socializzazione di singole aziende, al fine di assicurare, all’atto della liberazione dei territori ancora occupati dal nemico, la continuità ed il potenziamento dell’attività produttiva, nello spirito di una effettiva solidarietà nazionale, decreta:

Art. 1 – Il decreto legislativo del 12 febbraio 1944, n. 375, e quello del 12 ottobre 1944, n. 861, promulgati dal cosiddetto Governo fascista repubblicano, sono abrogati.

Art. 2 – Fino a nuovo e generale regolamento della materia con atti legislativi del Governo nazionale, l’amministrazione delle aziende contemplate nei decreti sopracitati resta affidata ai consigli di gestione nazionale, coi poteri previsti dai decreti medesimi per i consigli di gestione delle aziende “socializzate”.

Art. 3 – I sedicenti rappresentanti delle maestranze nei consigli di gestione fascisti si dichiarano decaduti da ogni loro mandato nell’amministrazione dell’azienda. Tale mandato sarà considerato ad ogni effetto nullo, salvo quanto riguarda le eventuali sanzioni penali in cui i sedicenti rappresentanti delle maestranze siano incorsi per il reato di collaborazione col nemico o altro.

Art. 4 – La rappresentanza delle maestranze nei consigli di gestione prevista dai decreti sopra citati, viene affidata, nei consigli di gestione nazionale, coi diritti e coi doveri e le prerogative ad essi inerenti, a rappresentanti appositamente e liberamente eletti dalle maestranze, secondo norme che saranno ulteriormente fissate. La designazione elettiva di tali rappresentanze dovrà aver luogo non oltre tre mesi dopo la data della liberazione. Sino al momento in cui la nuova rappresentanza liberamente eletta dalle maestranze potrà entrare in funzione, la rappresentanza delle maestranze stesse nei consigli di gestione nazionale resta affidata, con tutti i diritti, i doveri e le prerogative, ad essa inerenti, ai comitati di liberazione nazionale aziendali, costituiti nella fase della lotta clandestina.

Art. 5 – I diritti, i doveri e le prerogative previste dagli abrogati decreti per il cosiddetto “capo dell’azienda” vengono attribuiti al responsabile tecnico della produzione. Là dove l’azienda sia sottoposta, in base a decreto d’epurazione, a gestione commissariale, le funzioni del capo d’azienda -ferme restando le prerogative del consiglio di gestione nazionale- sono attribuite al commissario.

Art. 6 – Le disposizioni dei decreti sopra citati per quanto concerne la fissazione del limite massimo dei profitti da distribuire al capitale e la partecipazione agli utili restano immutate, in quanto esse non entrino in contrasto con le disposizioni del presente decreto.

Art. 7 – Gli utili attribuiti ai lavoratori in ogni singola azienda verranno versati ad uno speciale fondo unico di solidarietà nazionale, da impiegarsi in opere di assistenza e di previdenza sociale nell’interesse delle masse lavoratrici, con particolare riguardo alle necessità immediate che nascono dalla situazione (mense popolari, assistenza infanzia, orfani di guerra, eccetera).

***

Si noti sopra tutti l’articolo 7 dove gli utili legittimamente di diritto dei lavoratori vengono “espropriati” ed inseriti in un non ben menzionato fondo, e l’articolo 5 dove l’azienda viene immediatamente “commissariata” nella migliore tradizione sovietica.

Teoricamente, vista l’origine dottrinaria dell’articolista potremmo anche “sopportare” tutta questa serie di imprecisioni e mancanze (sicuramente volute) nell’analisi degli ambiti storici ma ci aspetteremmo un po’ più di coscienza politica quando si va ad affrontare un argomento che per noi ha primaria importanza: la Sovranità Nazionale.

Dopo aver menzionato l’assoluta mancanza di rimandi alle problematiche di tipo monetario (se non una minima critica alla Modern Monetary Theory che peraltro condividiamo in toto), l’articolo sembra quasi voler denigrare il concetto di sovranità: “Recupero della “sovranità nazionale”? Ma l’Italia quando l’ha persa, o meglio quando l’ha mai avuta, stretta com’era dagli obblighi della Nato e degli Usa? La borghesia monopolistica italiana ha perso la sovranità (questa volta senza virgolette) che essa esercita sulla società entrando nel conglomerato imperialista UE, o invece ha rafforzato la propria posizione, subalterna per quanto si voglia, soprattutto a spese delle classi oppresse?

Sarebbe opportuno ricordare al relatore che dal 1861, data di nascita del Regno d’Italia, fino al luglio 1943, data dello sbarco in Sicilia degli angloamericani, la nostra era stata una nazione a piena sovranità, con alti e bassi e con tutte le imperfezioni del caso, ma sicuramente ben più degna della Repubblica dei Pupari Usurai in cui viviamo oggi. Se la visione storica italiana di Critica Proletaria parte soltanto dal dopoguerra, ossia dal momento in cui gli Occupanti erano già sul suolo patrio, va da sé che per loro il concetto di sovranità nazionale ha perso completamente significato.

Ma allora, dal canto loro, dovrebbero abbandonare anche il concetto di Imperialismo perché l’imperialismo come lo conosciamo nella nostra epoca è caratterizzato sicuramente dalla perdità di sovranità delle nazioni prone e schiave, sia che si disquisisca di ambito militare, sia che si affronti l’ambito economico o sociale.

L’apoteosi si raggiunge quando, quasi per comprovare l’inutilità del concetto di Sovranità Nazionale, si riportano le parole del Compagno Stalin: “La forza del patriottismo sovietico risiede nel fatto che esso non si basa su pregiudizi razziali o nazionalisti, ma sul profondo amore del popolo per la patria sovietica e sulla fedeltà ad essa, che è la comunità fraterna dei lavoratori di tutte le nazioni del nostro paese. Nel patriottismo sovietico, le tradizioni nazionali di tutti i popoli si accoppiano armonicamente con i comuni interessi di tutti i lavoratori sovietici. Il patriottismo sovietico non disgrega, ma unifica tutte le nazioni e popolazioni del paese in un’unica grande famiglia fraterna. In questa situazione si manifestano le basi della indistruttibile e sempre più forte amicizia dei popoli sovietici. Nello stesso tempo, i popoli dell’Unione Sovietica rispettano i diritti e l’indipendenza degli altri popoli ed hanno sempre dimostrato di essere pronti a vivere in pace ed amicizia con gli altri Stati vicini”

In effetti ci sarebbe da dar ragione all’autore in quanto le repubbliche sovietiche non erano certe dotate di ampia sovranità, come anche gli stati satelliti del Patto di Varsavia, laddove ogni tentativo di rialzare la testa veniva silenziato col sangue.

Quello che proprio non capisce (o forse fa finta di non capire) l’autore è che l’Italia nel 2015 è ormai relegata al rango di colonia degli interessi atlantici, priva totalmente di sovranità nazionale, ma nella parte finale dell’articolo si preferisce invece tornare in maniera pedante sul capitalismo italiano (ormai morente) colpevole di comprare il patrimonio pubblico (!!!): “Noi potremmo anche dire propagandisticamente che l’Italia sta diventando una “colonia” per suscitare l’indignazione e la ribellione da parte del popolo italiano, ma certo il ruolo svolto dal capitalismo monopolistico italiano dal punto di vista economico e militare, per quanto subordinato, non è certo quello di “colonia”. Quando si svenderà il patrimonio pubblico e anche i beni demaniali per ripagare il debito con le banche soprattutto straniere, chi comprerà a prezzi da saldo? I tedeschi? (anche). Ma soprattutto i capitalisti italiani (magari ridotti nel numero, ma certo più ricchi di prima).”

Un tipo di analisi del genere, oltre che totalmente errata, è assolutamente in controtendenza con quello che si può osservare sia nei territori e negli ambiti microindustriali che negli ambiti dell’alta finanza dove il capitale estero (sia quello occidentale, che, soprattutto quello Mediorientale e Asiatico) si stanno divorando giorno dopo giorno tutta la nostra nazione. L’unica colpa che forse si può addossare al capitalismo italiano è quella di essere un mero cameriere dell’usurocrazia transnazionale e di non sapere assolutamente ragionare in maniera sovrana, preferendo lauti guadagni all’ombra della speculazione internazionale.

Non poteva mancare il gran finale di marca sovietica, quasi fossimo all’interno di una sezione del PCI del 1949, e non in una nazione ormai decaduta e decadente assoluta priva di sovranità (argomento che evidentemente agli autori di Critica Proletaria proprio non interessa) preferendo concentrare tutta la gestione della nazione nelle mani del “potere operaio”: “Storicamente (nel nostro campo) tutte le contraddizioni – la democrazia socialista, lo sviluppo delle forze produttive e culturali, il ruolo della donna, le minoranze linguistiche e il ruolo delle nazionalità entro l’URSS e fuori, la lotta contro l’imperialismo per il sostegno dei popoli oppressi – sono state risolte dalla dirigenza bolscevica, guidata dal compagno Stalin, prendendo la matassa dal bandolo principale, quello della contraddizione capitale/lavoro con la dittatura del proletariato e risolvendo tutte le altre a partire da questa. Per brevità non enumeriamo gli enormi successi di quel periodo epico, perché sono noti a tutti i sinceri comunisti.

Essendo giunti alla fine della nostra lettura, la questione più permeante e più grave dell’intero articolo al troviamo in mancanza di una totale assenza o cenno al Patriottismo Italiano, nemmeno mai minimamente sfiorato. Si arriva perfino a menzionare testualmente il “patriottismo sovietico”, ma non si menziona mai la Comunità Nazionale Italiana, e si preferisce relegarla ad una massa informe di lavoratori indifesi che necessitano della chioccia marxista.

Ci dispiace constatare ancora una volta, che seppur si intraveda un certo grado di preparazione tecnico/geopolitica che comunque va riconosciuta (non parliamo di quella dottrinaria con cui saremmo sicuramente in netto contrasto ma che non è oggetto della nostra analisi), anche questa rivista (ed il suo partito di riferimento) ricalcano le orme che fin dal 1921 hanno caratterizzato i partiti comunisti italiani: la totale assenza di strategia politica.

Se qualcuno recapitasse questo articolo a destino, ci piacerebbe avere una risposta dall’estensore dell’articolo, in merito a tali quesiti, possibilmente senza ricevere insulti:

  • Senza sconfinare nel nazionalismo destroterminale e fallaciano che notoriamente non compete ai Socialisti Nazionali), come mai da parte di chi rivendica fieramente il suo essere Comunista (perfino nell’accezione più concretamente stalinista del termine), si rifugge qualsiasi forma di patriottismo e si ricade sempre nel solito “anticapitalismo da operetta”, che non può essere assolutamente perseguito senza che la nazione venga prima liberata sia militarmente che economicamente e culturalmente?
  • Perché nonostante nel programma politico del movimento COMUNISTI SINISTRA POPOLARE (FONTE) sia presente il rimando alla socializzazione: “la socializzazione dei principali mezzi di produzione, abolendo la proprietà privata su di essi e sostituendola con la proprietà sociale in capo allo Stato; (…) La proprietà privata dei mezzi di produzione è all’origine di ogni conflitto sociale, poiché genera la divisione in classi della società, tra chi è proprietario e chi, non essendolo, è costretto a vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario che gli permette solo di riprodursi socialmente come venditore di forza lavoro. Nel modo di produzione capitalistico, il valore che la forza lavoro produce in più rispetto a ciò che le è necessario per riprodursi (plusvalore), viene appropriato dal capitalista. Così si realizza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nel capitalismo, a questa finalità di estrazione del plusvalore e di ottenimento di profitto viene oggettivamente subordinato ogni aspetto della vita umana. La socializzazione dei mezzi di produzione consente alla società nel suo complesso di beneficiare del plusvalore prodotto, che è destinato non più al profitto privato, ma allo sviluppo della società intera. Le realizzazioni della scienza e della tecnica, in condizioni di proprietà sociale dei mezzi di produzione, permettono di incrementare la ricchezza sociale fino a costituire una solida base tecnico-materiale per il soddisfacimento dei bisogni del popolo, sia materiali che spirituali. Anziché generare disoccupazione, determinano maggiore tempo libero che l’uomo può dedicare ad attività diverse dal lavoro. Con la socializzazione dei mezzi di produzione si attua la liberazione del lavoro dallo sfruttamento e si pongono le basi per la liberazione dal lavoro, inteso come attività forzata per la sopravvivenza. La socializzazione non può e non deve essere immediatamente totale. Essa deve avvenire per gradi, partendo dai settori a più alta concentrazione di capitale e dai settori strategici. Il Partito deve però agire per promuovere le associazioni di piccoli produttori privati in cooperative da traghettare, quando ve ne siano le condizioni in termini di concentrazione e accumulazione, verso la proprietà sociale. L’allargamento progressivo dei rapporti socialisti di produzione, il graduale superamento del carattere mercantile della produzione e dei rapporti di scambio basati sul denaro sono obbiettivi irrinunciabili del Partito in questa fase.” , perchè non si ha l’onestà intellettuale di dire che la socializzazione trovò origine e realizzazione (almeno parziale) nel Fascismo e che furono proprio i “resistenti” del CLN a chiederne l’immediata abolizione come prima ampiamente dimostrato. Del resto se perfino un movimento politico marcatamente comunista parla di socializzazione nel proprio programma e quindi ne riconosce esplicitamente l’assoluta bontà in termini teorici e pratici sarebbe opportuno cercare confronti (aspri ma politicamente corretti) con chi la socializzazione la studia da decenni.
  • Perché invece di presentarsi politicamente come BOLSCEVICHI COL COLBACCO si ha paura di confrontarsi (senza nessun obbligo di mutuo riconoscimento ma solo nell’agone politico) con chi vive nel proprio tempo e con chi nel proprio programma politico non presenta nostalgismi ma soltanto proposte fattive ?

Le risposte a tali quesiti probabilmente non arriveranno mai, al massimo potrà arrivare qualche contumelia, anche se una sana polemica sarebbe gradita.

Sinceramente siamo stufi di sentire pronunciata la parola Proletari da chi, in 94 anni, non ha compiuto nemmeno un passo determinato verso la difesa dei lavoratori, se non in qualche minima battaglia di retroguardia. Ma d’altro canto, da chi snobba palesemente il concetto di “sovranità nazionale” enucleandolo solo in forma “operaia” e non “comunitaria” (cosa ben diversa) e mettendolo in second’ordine rispetto a fantomatiche “alleanze sociali con gli altri strati oppressi in via di proletarizzazione”, non ci possiamo attendere che qualche slogan nostalgico che ormai ha compiuto il suo tempo.

Proseguiamo dritti verso la nostra strada, guardando con una certa ilarità il sovietissimo “coming soon” che compare in una delle pagine del loro sito, che palesemente dimostra che “tutto è a posto e niente è in ordine”.

 Tribuno della Plebe

3 pensieri su “Critici proletari ? Forse meglio dire passatisti sovietisti

  1. A latere consiglierei la visione di un articolo su un blog internazionalista quindi non propriamente contiguo al mio pensiero, pur tuttavia foriero di una critica profonda ai sedicenti rivoluzionari, trotzkisti e marxiani dei giorni nostri, TUTTI, Utili Idioti di regime. Fornisce inoltre una visione d’insieme sul personaggio Karl Marx et alii:

    https://aurorasito.wordpress.com/2015/04/10/allestrema-sinistra-di-gladio-i-cosiddetti-trotskisti/

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  2. L’argomento ” sovranità monetaria ” non lo affrontano perchè anche in periodo stalinista, dove erano statalizzati anche i “vespasiani” la Banca di Emissione delle Repubbliche sovietiche era PRIVATA. Nel 1919 Mussolini profetizzò che il sistema sovietico instaurato in Russia sarebbe caduto quando lo avrebbero deciso i banchieri di Wall Street e della City londinese. Poteva fare questa previsione proprio perchè l’emissione della moneta era rmasta nelle mani di coloro che avevano finanziato la rivoluzione bolscevica.
    Ottimo articolo e complimenti per il lavoro di analisi critica di quello che continua a consolarsi con un antifascismo manicheo e privo di contenuti. Con questi ” avversari ” il capitalismo può dormire sonni tranquilli. In alto i cuori !

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  3. l’articolo segnalato da Rudolf su Aurorasito è interessante anche se quel blog troppo spesso emana sentenze e giudizi diffamatori con cui non ci troviamo d’accordo specie nella forma.

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