Giorgio Pini. La Nostra Rivalsa (1953)

PINI MMMPubblichiamo questa lectio magistralis di Giorgio Pini pubblicata il 15 febbraio 1953 ne “La Prima Fiamma”, l’organo del Raggruppamento Sociale Repubblicano. L’intenzione di Pini era quella di riaffermare “la nostra qualifica di Socialismo Nazionale”.

Non vorremmo aver l’aria di mettere le mani avanti perché preoccupati di certe insinuazioni altrui, e precisamente delle voci che ci vogliono rappresentare come dei convertiti – un po’ tardi invero – al socialismo più o meno scientifico, materialista e internazionalista. Si tratta di uninsinuazione ridicola, messa in giro da chi ha interesse a sminuire il valore della più limpida e coerente presa di posizione che immaginar si possa. Abbiamo già smentito altrove questa voce non disinteressata, tanto perchè non ci caschino certi innocenti o finti innocenti che pure, conoscendoci, sono del torto. Qui, dunque, non si tratta di insistere su questioni personali, né di raccogliere pettegolezzi dic arattere deteriormente elettoralistico. Si tratta invece per noi, di precisare alcuni punti di carattere storico-ideologico molto importanti per l’esatta interpretazione della nostra carta Costitutiva. Poiché in essa si parla di socialismo nazionale, è bene insistere sul significato di questa definizione. Nel termine ”nazionale” sono impliciti i valori storici e spirituali che distinguono la nostra concezione del mondo e della vita dalle concezioni materialiste del liberalismo e del comunismo, le quali, col pretesto di tutelare prevalentemente la libertà dell’individuo o la giustizia sociale, si riconducono praticamente alla stessa concezione positivistica e soprattutto economica della vita.

Per noi invece il primato spetta sempre ai valori spirituali e morali.

Ciò premesso, quando si passi a considerare i rapporti giuridici ed economici in cui la vita si concreta nella sfera materiale subordinata a quella morale, appare indiscutibile che essi rapporti possono essere regolati secondo due soli criteri: quello della libera concorrenza imposta sui diritti dell’individuo (donde il liberalismo politico e il liberismo economico), e quello del coordinamento sociale, della collaborazione fra le categorie, della subordinazione dei diritti individuali ai diritti collettivi, infine dell’economia regolata secondo l’interesse della Nazione (donde le varie forme del dirigismo sociale che si chiama socialismo.)

Noi respingiamo la concezione liberale e liberista; accettiamo quella socialista senza preoccuparci degli spaccatori di peli in quattro i quali obbiettano che socialismo significa determinismo economico in senso materialista. Dei socialismi ce ne sono – è ben noto – tanti. C’è un socialismo cristiano detto ”solidarismo”; c’è un socialismo utopistico; c’è un socialismo laburista e fabiano; c’è un socialismo che trascende nel comunismo; c’è un socialismo rivoluzionario e quasi anarchico; c’è il socialismo scientifico marxista, ecc… Nessuno di questi è il nostro socialismo, il quale si concreta in un ordinamento corporativo impostato sulla socializzazione delle imprese, nella collaborazione fra le categorie produttrici, nella libera concorrenza delle iniziative suburdinata soltanto al superiore interesse della Nazione.

Si diano dunque pace i confusionari maligni e quelli in buona fede: il nostro socialismo non è per nulla sovvertitore, non inverte per nulla la precedenza dello spirituale sul materiale, non si prospetta un livellamento verso il basso, non esclude la graduatoria dei valori individuali e di categoria. Perciò, mentre riaffermiamo qui la qualifica di socialismo nazionale che abbiamo assunta per definire i principi della nostra carta – sviluppo logico, diretto ed esatto della Carta del Lavoro, delle Corporazioni, del Manifesto di Verona e della socializzazione – crediamo opportuno aggiungere qualcosa che incide sull’interpretazione politica del nostro programma in rapporto alla situazione attuale.

Ed avvertiamo che il nostro socialismo nazionale non sente il bisogno di far la corte agli altri socialismi, e se, in sede storica e politica, implica la revisione di certi aspetti e metodi del passato regime, che furono aspetti di congiuntura, connessi a un sistema dittatoriale (revisione che fu iniziata già col Manifesto di Verona), non per questo si accoda né al socialismo borghese di Saragat, né al socialismo ortodosso di Nenni, né al socialismo sublimato in comunismo di Togliatti.

Tantomeno riconosce il mito della cosiddetta ”liberazione” risoltasi, come ognuno può constatare, nel trionfo della più gretta consorteria conservatrice, nella scissione delle forze sindacali, nella distruzione di un imponente legislazione sociale, nella rinuncia a diritti acquisiti. Noi vediamo bensì chiaramente ciò che molti occhi miopi non vedono: ossia il fatale, progressivo avvicinamento delle masse proletarie alla patria che fino a ieri esse avevano ostentato di ignorare o di rinnegare per due motivi: la propaganda dei capintesta e la politica antinazionale dei ceti dirigenti.

Di fronte a questo fenomeno di assunzione del mito di patria da parte dei partiti estremisti, fatte alcune riserve necessarie per tutto quanto in ciò è pura tattica di circostanza, riconosciamo con gioia una effettiva evoluzione di idee e di sentimenti che si delinea e che consideriamo come una magnifica vendetta della storia, una segreta, fatale, incontenibile rivalsa del passato sul presente, una consolante premessa per l’avvenire. Resta vero l’antico motto: ”la patria non si nega, si conquista”! E noi siamo precisamente favorevoli alla conquista della patria da parte delle forze del lavoro. Sarà questa la nostra più bella vittoria, il massimo risarcimento della tragedia patita.

Noi vogliamo appunto che questa conquista si verifichi, poiché insieme alla patria il popolo conquisterà una elevazione spirituale oltreché materiale, acquisterà un nuovo costume di vita, si formerà un’educazione civile e politica, si creerà una tradizione fresca e nuova, cioè valida e non accattata da superatissimi evi storici, riconoscerà infine i massimi valori della vita associata. Ma non attraverso una fallita liberazione che quei valori ha rigettato e tradito risolvendosi nell’attuale conformismo conservatore.

Non siamo noi che dobbiamo o possiamo agganciarci al socialismo materialista, ma saranno i lavoratori ad agganciarsi finalmente al socialismo nazionale, il nostro principio che fu, e resterà saldo ad attenderli. Sono considerazioni elementari, ma la confusione attuale, a destra come a sinistra, è tanta che ci è sembrato necessario precisare, nella speranza che destri e sinistri ci abbiano finalmente compresi.

Giorgio Pini

6 pensieri su “Giorgio Pini. La Nostra Rivalsa (1953)

  1. NOI, socialisti nazionali di USN siamo coerentemente nella linea retta tracciata dai nostri Padri fondatori; gli altri, tutti gli altri di tutte le parrocchie laiche e clericali, di tutte le logge di destra e di sinistra, lasciamoli abbaiare alla luna che è il destino rimasto loro. Avant così e boia chi molla !

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  2. Questo pezzo sta a dimostrare che i Socialisti Nazionali anche nel dopoguerra non hanno mai tentennato…e deviato dalla linea retta che si sono preposti.

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  3. Pingback: Giorgio Pini. La Nostra Rivalsa (1953) | paolettiemilio

  4. Le Parole di Giorgio Pini mi fanno capire la differenza che passa tra chi esprime un Concetto pensato e chi pensa di aver espresso un concetto … mi inchino al rigore di Giorgio aggiungendo … Giorgio, ONORE AL MERITO

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