L’Intervento russo in Siria: ipotesi su futuri scenari

Nelle ultime ore ci troviamo davanti ad uno degli eventi geopolitici più importanti degli ultimi anni: l’intervento Russo in Siria, richiesto formalmente dal governo siriano legittimamente in carica. Com’era prevedebile immaginare dagli schieramenti politici contrapposti, ossia Russia e Nato, si levano cori di accusa più o meno sinceri e più o meno supportati da dati certi, mentre i media occidentali stanno cominciando la loro opera di marketing disinformativo che almeno in una discreta parte dell’opinione pubblica ormai non fa più breccia. Cerchiamo, con le fonti a nostra disposizione ed un pò di buon senso, di elaborare un probabile scenario futuro per la Siria di Assad.

In questo momento, dopo i recenti incontri alle Nazioni Unite, Putin è passato decisamente dalle parole ai fatti, schierando un contingente aereo di tutto rispetto nelle basi russe a loro disposizione sul suolo siriano, con elevata probabilità di rifornimento di carri per l’esercito di Assad. Lo scopo principale delle forze armate russe, che hanno mandato a Latakia un buon numero di efficacissimi Sukhoi, è senza ombra di dubbio quello di “ripulire” le zone prospicienti a Idlib e Hama, ossia quelle pià vicine a Tartus e Latakia. Poche ore fa abbiamo rilevato queste dichiarazioni che comprovano questo obiettivo primario: “Departing military planes, high security and constant alert as terrorists are only 40 km from you – RT’s Murad Gazdiev has exclusively visited Russian airbase in the Syrian city of Latakia from where Sukhoi jets have been taking off to target Islamic State positions.” Questa ottima cartina interattiva che ci mostra i bombardamenti russi ora per ora, dimostra quanto fossero vicini i jihadisti a Latakia.

http://www.geopoliticalcenter.com/airstrike-russi-in-siria-mappa-interattiva/

Tale decisa e repentina opera di ripulitura prevederà oltre che il bombardamento di basi tattiche di Daesh anche lo scontro sicuro con le milizie di Al Nusra e probabilmente anche l’impatto con il Free Syrian Army, nonostante che lo stesso Lavrov proprio ieri abbia affermato che il FSA dovrà partecipare alla transizione politica in quanto non classificati come terroristi. A meno di preoccupanti rovesci militari, le truppe russe di terra non dovrebbero intervenire.

L’escalation repentina voluta da Putin nelle ultime settimane, ha quindi coinciso con la chiara difficoltà dell’esercito siriano, che dopo mesi di fiera resistenza, palesava alcune comprensibili difficoltà contro un nemico continuamente rifornito dai propri “creatori” occidentali e petrolmonarchici. Da qui la velocità con cui la Russia ha dispiegato le proprie trutte, essendo stato avvertito che Isis era arrivato a soli 40 km dalle proprie basi, evento mai avvenuto prima. Per la Russia il Jihadismo nello scenario caucasico e nell’Asia Centrale, ossia vicino ai propri confini, sarebbe una devastante spina nel fianco, evento che dopo i problemi già avuti in Cecenia, Putin vuole assolutamente evitare. Da qui la ferma volontà di ripulire la Siria dall’ISIS, e di farlo in un lasso di tempo ragionevolmente breve.

Motivazioni che possiamo così riassumere:

1) Ripulire lo spazio cuscinetto intorno alle proprie basi che sono l’unico sbocco sul Mediterraneo

2) Acquisire credibilità in Occidente (Germania e Francia in primis) e provare a negoziare sulle “sanzioni” volute da Obama.

3) Evitare il diffondersi del Jihadismo ideologico e combattente nel Caucaso e nell’Asia Centrale (Afghanistan, Tagikistan, etc…)

Proviamo, con queste premesse, ad azzardare uno scenario futuribile per il destino della Siria.

Nel momento in cui scriviamo, le ipotesi che ci sembrano più percorribili sono queste:

1) L’esercito siriano con il fondamentale appoggio dell’aviazione russa, l’aiuto di Hezbollah e di milizie iraniane riesce a riconquistare buona parte della vecchia Siria geografica con scacco totale dell’Occidente: scenario auspicabile ma difficilmente realizzabile.
Per noi che supportiamo il legittimo governo di Assad dal 2011 sarebbe l’epigolo più felice ma non crediamo che tale auspicio possa coincidere con la realtà dei fatti, se non con la “non formale autorizzazione” degli Stati Uniti, anche se in questo momento non pare essere il Medio Oriente il primo fronte caldo per l’amministrazione Obama e questo Putin pare averlo intuito. Nel caso di soluzione geopolitica più complessa la Siria potrebbe anche rimanere uno stato unico, anche se difficilmente con guida Assad.
2) Divisione di “influenza geopolitica” della Siria tra 2, 3 o 4 attori principali: una superpotenza e alcune delle potenze regionali: Russia, Turchia, Israele, Iran.

Alla Russia potrebbe andare “in gestione” la Siria costiera (Alawistan) con capitale Damasco in una sorta di protettorato russo ufficiale (con le basi mediteranee al sicuro). Il destino di Assad sarebbe ovviamente deciso da Putin in base alle esigenze geopolitiche che si stanno delineando; Bashar potrebbe rimanere saldamento alla guida di questa parte di Siria, o “consigliato nell’uscita” nel caso ci sia la possibilità di accordi più estesi e allargati tra grandi potenze. Il resto del vecchio stato siriano verrebbe probabilmente occupato dal Free Syrian Army e dall’opposizione moderata sotto supervisione turca, compreso Raqqa, con la matassa Kurdistan ancora da dipanare e con il Golan lasciato ad Israele in via definitiva.

Nel quadro illustrato, ricordiamo che la Turchia vorrà anche avere voce in causa sulla questione palestinese che sembra essere diventata argomento importante alle Nazioni Unite. L’Iraq potrebbe definitivamente tornare in gestione iraniana ed anche qui non si devono sottovalutare i recenti accordi USA-Iran, accordi a cui gli iraniani sembrano tenere particolarmente perchè non vogliono tornare a rinchiudersi nell’angolo proprio adesso che uno dei loro alleati principali, la Russia, è diventata uno degli attori principali nel Medio Oriente.
Tuttavia proprio l’Iraq in futuro riserverá nuovi problemi. Per due motivi principalmente: la questione curda e quella dello jihadismo sunnita. Infatti non si può certamente nascondere il ruolo che le milizie curde stanno avendo nel combattere lo stato islamico, appoggiato a più riprese dalla Turchia.Dunque, nella futura ripartizione dello scacchiere medio orientale, cosa portrebbe rimanere ai curdi? Il rafforzamento della Turchia, che rivestirà un ruolo di supervisore sul protettorato che intende instaurare su Raqqa, non lascia presagire scenari tranquilli. I turchi inoltre hanno mire anche su Mosul, in Iraq, e ciò non farebbe che acuire le tensioni con la popolazione curda irachena, che ha in Erbil la capitale dello stato curdo semi-autonomo. Si assisterebbe dunque alla nascita di violente tensioni tra i curdi da una parte (Pkk, milizie curde irachene e la resistenza curda siriana) e la Turchia e i territori sotto sua influenza (Raqqa in Siria e probabilmente Mosul in Iraq) dall’altra.

Per quanto concerne la questione del jihadismo invece, l’Iraq continuerà ad essere la fucina principale degli estremisti nel medio oriente. L’Isis in Siria, colpito dai bombardamenti e forse da piccole incursioni di truppe speciali in un futuro non troppo lontano, potrebbe ritirarsi in massa in Iraq, dove appunto è nato, aiutato anche da ciò che rimane dell’ex Baath di Saddam Hussein.Escluso dunque dalla Siria, l’Isis potrebbe sferrare attacchi sempre più veementi su Baghdad, che a quel punto richiederebbe l’aiuto della vicina potenza sciita iraniana. Una volta spartita e pacificata (non si sa per quanto) la Siria, la guerra per procura nel M.O. si sposterá definitivamente in Iraq e vedrá come principali attori: l’isis, i curdi e le milizie sciite, rispettivamebte finanziati da Turchia, USA e Iran.

E la posizione di Israele ?

Terrorizzato dall’idea di dover sopportare il terrorismo interno, Israele è in posizione di attesa, tranne qualche solito lamentoso attacco mediatico verso l’Iran. In tutto questo il Golan potrebbe non tornare mai più alla Siria ed il viaggio di Netanyahu a Mosca di poco antecedente all’inizio dei bombardamenti russi potrebbe aver sancito questo, oltre che taluni accordi sulla situazione medio orientale, magari in chiave anti-Turca.

Il tutto va inserito nei rapporti trasversali che riguardano Usa, Russia, Israele, Turchia, Iran e Arabia Saudita, rapporti che catalizzeranno i destini del Medio Oriente nei prossimi anni.
Una cosa è certa: nulla sarà come prima.

La Russia diventerà, anche più dalla Cina, l’attore principale in contrapposizione agli Stati Uniti, nella zona compresa fra l’Est Europa e il Medio Oriente.

Resta solo da capire se il futuro sarà la Guerra Fredda Permanente o un Medio Oriente semi-pacificato in attesa che i rigurgiti jihadisti più o meno eterodiretti si facciano nuovamente avanti.

Ufficio Geopolitico U.S.N.

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