Nicola Bombacci e Konstantin Vladimirovič Rodzaevskij: parallelismi

KonstantinVladimirovichRodzaevsky (1)“Duce, compio questo atto con tutta coscienza e al di fuori del sentimento di gratitudine che mi lega a Voi. La mia decisione è dettata dalla sicura e sincera convinzione che mi sono venuto formando, esaminando obbiettivamente i fatti storici più salienti di questo ultimo ventennio: guerra mondiale, rivoluzione russa, rivoluzione fascista, fallimento delle socialdemocrazie al potere. Oggi sento di poter affermare, scrivere e sostenere in contradditorio, ovunque e con sicurezza, che voi siete l’interprete felice e fedele di un ordine nuovo, politico ed economico che nasce e si sviluppa col decadere del capitalismo e con la morte della socialdemocrazia. Voi avete primo e solo intuità questa verità. In vero l’intuizione delle grandi ore storiche, dei cicli rivoluzionari, è dono che natura riserba in ogni secolo all’uomo prescelto per farlo poi maestro e duce degli altri che, come me, anche quando non mancano del senso della passione politica e dei requisiti richiesti per una dedizione completa all’ideale, possono soltanto abbracciare, diffondere, realizzare l’idea vista dal genio dell’uomo eletto. Tale è il rapporto che io riconosco fra voi e noi.

So che solo oggi 1933, XII del regime io vedo questa verità, ma la vedo in pieno e sinceramente. Forse il mio spirito legato profondamente al mio passato ha atteso, per manifestarsi, che la via da voi tracciata superasse i confini e l’idea divenisse universale. Io non cerco di indagare nella mia psiche, so soltanto che sento prepotente il bisogno, il dovere di dirvi che sarò orgoglioso di unirmi, se a voi piace, a coloro che già marciano al vostro fianco. Sento che nella Corporazione, sotto la vostra guida, sotto la guida dello Stato Fascista totalitario, è soltanto possibile trovare in questa fase storica quell’armonia necessaria al progresso civile e al benessere della società. La mia decisione è ponderata, ferma e cosciente. Il vostro ultimo grande discorso sullo Stato corporativo, ha soltanto fatto scattare il mio sentimento che mi ha suggerito questo mezzo per non tacere più a voi il mio pensiero e la mia volontà. Sono da oggi a vostra disposizione, felice di servire la causa”.

Con queste parole in questa lettera indirizzata al Duce il 17 novembre 1933, l’ex fondatore del Partito Comunista d’Italia, nonché suo primissimo segretario Nicola Bombacci; uno dei capi indiscussi dell’opposizione al fascismo,  colui che con la sua barba gli squadristi volevano fare spazzolini per lucidare gli stivali di Benito Mussolini (così suonava uno stornello fascista della prima ora), motivava il suo avvicinamento al Fascismo.

Più correttamente che avvicinamento da questa data possiamo tranquillamente parlare di una vera e propria conversione di Nicola Bombacci;  già espulso nel 1927  come ”eretico”  da quella roccaforte bigotta e ”teologica” che fu il partito comunista d’Italia.

Siamo negli anni come si evince dalla lettera stessa, in cui il fascismo mette finalmente ”al muro” se non ancora in maniera definitiva comunque in buona parte le istituzioni e soprattuto il sistema economico ereditato dal vecchio Stato liberale.

Il nuovo sistema corporativo già dalla emanazione della ”Carta del Lavoro ” del 1927 pone fine all’egemonia capitalistica, creando fra le altre cose una serie di riforme assistenziali che pongono proprio l’Italia prima nazione al mondo all’avanguardia, in materia di giustizia sociale.

Nicola Bombacci che senza alcun dubbio, coerenza e lungimiranza gli erano proprie, decise presto da quale parte della barricata schierarsi; e questo in pieno rispetto ai suoi principi socialisti, che forse eran proprio quegli stessi principi che animavano il Capo del governo.

In realtà in quegli anni a partire come detto dal periodo immediatamente successivo all’emanazione della ”Carta del Lavoro”, Bombacci non fu il solo a muoversi in tal senso.

Una variopinta ma soprattutto ”rossa” frangia di ex avversari del fascismo non potevano che complimentarsi con quei provvedimenti di così chiara matrice socialista. I meno ottusi si mossero in tal senso. E’ il caso (per citarne alcuni) dell’ex deputato massimalista Romeo Campanini, di Amilcare De Ambris (fratello del più noto Alceste), Arturo Labriola, e l’elenco continuerebbe a lungo.

Come di buon uso e costume tra i veri statisti della storia, Benito Mussolini si mostrò sempre aperto nei confronti dei ”pentiti” in buona fede dell’antifascismo. Cosa che non poteva certo non fare nei confronti del fraterno vecchio amico Nicolino Bombacci.

Nel 1936 si registra nelle edicole il primo numero della rivista mensile ”La Verità” di chiara impostazione socialista nazionale, che Bombacci con la collaborazione di altri ex sindacalisti e socialisti venne autorizzato a pubblicare. E questo a dispetto di quel che si pensava nelle nazioni plutocratiche europee (dove si annidiava il covo dei fuoriusciti in malafede)  su certa mancanza di libertà nel regime italiano.

Il successo della nuova rivista di Bombacci non fu sottovalutabile; e nonostante certa timida opposizione degli elementi più beceri e conservatori del fascismo, il Duce ne garantì ininterrottamente la sua voce e la sua pubblicazione, fino alla caduta del regime nel luglio 1943; dove con la nascita nell’Italia centro-settentrionale della nuova Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, i rapporti tra i due vecchi ”amici-nemici” si rinvigorirono notevolmente.

Scriveva Bombacci l’11 ottobre 1943 tre mesi dopo il golpe monarchico-badogliano, e ad appena un mese dalla proclamazione della RSI:

“Duce, come già scrissi su ”Verità” nel novembre scorso avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di voi, sono oggi più di ieri totalmente con voi. Il lurido tradimento Re-badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato di tutti i compromessi pluto-monarchici del ’22. Oggi la strada è libera e a mio giudizio si può percorrere sino al traguardo socialista. Pregiudiziale: la vittoria delle armi.  Ma per assicurare la vittoria bisogna avere l’adesione della massa operaia. Come? Con fatti decisivi e radicali nel settore economico-produttivo e sindacale. Al ministro Buffarini Guidi ho accennato una mia idea. Volete? Sempre ai vostri ordini con lo stesso affetto di trent’anni fa”.

Il Duce fu indubbiamente colpito da questa lettera. Salito al nord Bombacci divenne una sorta di consigliere personale di Benito Mussolini. Proprio a lui è attribuibile in larga  parte il progetto della Socializzazione delle imprese decretato pochi mesi dopo. Bombacci poteva entrare e uscire nella stanza del Duce quando poteva e senza ordini ufficiali. Risultò nell’elenco (si fa per dire) dei pochissimi ristretti a cui era consentito rivolgerglisi dandogli del ”tu”.

Il 15 marzo 1945 Bombacci vive una delle più belle e passionali giornate della sua vita. A Genova in piazza De Ferrari arringa una folla composta per lo più da lavoratori, in un suo ultimo radioso comizio dove afferma fra l’altro:

”Compagni! Guardatemi in faccia, compagni!  Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno. Il Socialismo non lo realizzerà Stalin ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dallo borghesia che poi lo ha tradito; ma ora Mussolini si è liberato da tutti i traditori ed ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario..”

Poco più di un mese dopo il corpo del compianto Nicola Bombacci sarà esposto al pubblico ludibrio a fianco a quello di Benito Mussolini a Piazzale Loreto.

Spostiamoci adesso, (per fare il giusto paragone fra i personaggi e le proprie sorti, che il titolo di questo articolo mette in evidenza) nelle steppe russe del ”paradiso dei soviet”. Il personaggio di cui vogliamo parlarvi è Konstantin Vladimirovič Rodzaevskij leader e capo indiscusso del fascismo russo.

Nato nel 1907 a Blagovescensk, nella Siberia orientale; nel 1925 avverso al regime comunista a cui da poco si è insediato Stalin, fugge dall’ Unione Sovietica recandosi in Manciuria. Iscrittosi all’ Accademia di legge aderisce all’ Organizzazione Fascista Russa raccogliente gli esuli dall’URSS.

Nel 1931 tuttavia Rodzaevskij diviene capo della neoformazione denominata Partito Fascista Russo che fa esplicito rifirimento al modello italiano di Benito Mussolini, deviato nel  motto coniato da Rodzaevskij stesso ”Dio, Nazione, Lavoro”.

Durante i suoi viaggi internazionali è ospite dell’Impero del Sol Levante, dove si mostra solidale con la proclamazione nel 1932 dello Stato del Manciukuò, congratulandosi con l’imperatore Hirohito. Lo scopo di Rodzaevskij durante il suo soggiorno nell’impero giapponese è quello di cercare durante le fasi della guerra ormai in atto, di rovesciare il governo comunista sovietico, con l’aiuto dello stesso Giappone.

Tuttavia al termine del secondo conflitto mondiale che vide l’URSS vittoriosa sui campi di battaglia, e la martellante campagna propagandistica ”patriottica” staliniana, Rodzaevskij vittimia forse della sua debole personalità e ingenuità vide nel dittatore georgiano, quell’artefice di una patria forte e unita, che coincideva con il proprio  sentimento nazionale.

Vide cioè in Stalin quella via ”al nazional-comunismo” ormai a suo avviso distante dall’internazionalismo  marxista. Decise quindi di gettarsi nella mischia per difendere quell’orgoglio nazionale e sociale della Russia, ponendo così fine all’opposizione verso lo stato sovietico, anzi offrendosi come collaboratore e parte integrante del regime, pur tuttavia senza rinnegare i propri valori e il proprio passato.

Compì il passo attraverso questa lettera indirizzata direttamente a Stalin:

”Al Capo dei popoli, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, Generalissimo dell’Armata Rossa, Iosif Vissarionovic Stalin (…) Vorremmo portare sotto i vessilli staliniani, sotto gli ieri odiati e domani adorati vessilli dell’Armata Rossa, sotto i vessilli della Nuova Russia e della rivoluzione, ciò che resta della nostra organizzazione in tutti i paesi del mondo: in Asia, in Europa, nell’America del Nord e in quella del Sud, in Australia, affinché l’ex Unione fascista russa affluisca nell’alveo della riconciliazione con la Patria e il beneamato Governo di milioni di russi ancora disseminati all’estero. (…) Senza rifiutare le mie idee, tanto più che esse in parte coincidono con le idee guida dello Stato sovietico, ma rifiutando decisamente i vent’anni della mia esistenza antisovietica, consegno me stesso, i miei amici, i miei camerati, la mia organizzazione nelle mani di coloro ai quali il popolo sovietico ha affidato i suoi destini storici in questi infuocati anni cruciali. La morte senza la Patria, la vita senza la Patria oppure il lavoro contro la Patria sono un inferno. Vogliamo morire per ordine della Patria o fare in qualsiasi luogo per la Patria un qualsiasi lavoro. (…) Gloria alla Russia!”

Rientrato in Russia  pieno di entusiasmo, dove nel frattempo gli fu promessa la libertà ed   un lavoro presso un giornale di regime, si consegna alle autorità sovietiche il 22 agosto 1945.

Nonostante le false promesse viene altresì immediatamente arrestato insieme al fraterno camerata Lev Okhotin (che morirà nel 1948 in un Gulag dell’estremo oriente russo).

Processato dopo tortura, Rodzaevskij viene condannato a morte per spionaggio, sabotaggio e attivita antisovietica. Il 30 agosto 1946 viene fucilato alla Lubjanka, sede tristemente famosa per le torture, le esecuzioni e i crudeli interrogatori in epoca staliniana.

Perché questo paragone? Perché con questo paragone fra i due personaggi, Nicolino Bombacci e Rodzaevskij, e soprattutto fra le loro esperienze parallele e le loro sorti finali divergenti;  abbiamo voluto aprire una breve disamina storica se non altro per porre fine ai troppi ”luoghi comuni” e alle troppe menzogne della storiografia ufficiale.

Si evince da questo paragone quella differenza sostanziale d’aria respirata interna ai  due sistemi politici istituzionali. Da un lato un regime (poiché ci rifiutiamo di identificarla  come dittatura) popolare e aperto (ne sono l’esempio lampante i molti ex antifascisti accolti a braccia aperte e finiti nell’orbita del regime, il buon Nicolino il caso preponderante); da un lato una dittatura sanguinaria, impopolare, ottusa e chiusa al dialogo interno alla nazione (ne è l’esempio la tragica fine di Rodzaevskij, e l’infinita lista di vittime che colpirono persino le stesse istituzioni sovietiche, nell’era delle cosiddette ”grandi purghe”.)

Tuttavia, nonostante questo, la storia mondiale scritta a Yalta ha stabilito che da una parte ci fosse il ”tiranno” italiano alleato del ”folle” germanico guerrafondaio; e dall’altra il ”padre dei popoli”, il ”bonario  zio Giò” (come ebbe a ribattezzarlo Churchill), il ”liberatore” dell’ Europa che combattè al fianco degli esportatori di ”democrazia”.

Giacomo Ciarcia

3 pensieri su “Nicola Bombacci e Konstantin Vladimirovič Rodzaevskij: parallelismi

  1. Secondo la decrepita favolistica dei marchettari e delle marchettare della repubblichetta ladra ed assassina del presente e del futuro dell’Italia e degli Italiani, da una parte (quella loro) starebbe il “Bene Assoluto” – il fallimentare capitalcattocomunismo; dall’altra il “Male Assoluto” – la Rivoluzione Fascista.

    Ma vediamo bene che questa “narrazione” favolistica non regge piu’ all’analisi logica, storica, sociale, politica ed economica di quanto accaduto Allora; e trascinatosi malamente fino ad oggi.

    Nicola Bombacci aveva visto giusto: questo il motivo per il quale, assieme alle decine di migliaia di altri Patrioti Italiani, è stato eliminato nella indimenticabilmente vergognosa primavera del 1945.

    Non esiste, da questo punto di vista – quello della beluina, disumana spietatezza – differenza alcuna tra uno stalin ed un pertini, un togliatti, o un longo. Appartengono tutti alla criminale consorteria di quelli che fecero piazza pulita delle Coscienze critiche dell’epoca.
    Avrebbero rischiato troppo; tutto il loro miserando universo valoriale personale, lasciandole in vita.

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