Separatismi: un male non necessario ed evitabile

garibaldivolturnoNegli ultimi anni stanno tornando di moda, in giro per l’Europa, le spinte separatiste di alcune regioni rispetto alle entità statali nazionali.

La necessità di trattare questo argomento nasce dal bisogno di trovare una sintesi tra l’opposizione intellettuale di due tendenze geopolitiche;

  • da una parte c’è chi pensa che qualsiasi spinta separatista debba essere boicottata in ragione del fatto che per combattere questo “sistema” (lo attribuisco riduzionisticamente in questo modo anche se gli aggettivi idonei sono molti), il modo più sbagliato sia togliere forza, quindi territori, agli stati nazionali assecondando i separatismi regionali. Coloro che sostengono questa tesi sono convinti che soltanto una neo-emancipazione nazionale possa far sperare in una crisi e, conseguenzialmente, in una sconfitta del sistema mondialista e capitalistico, specialmente se prendesse forma in contemporanea in tutte le nazioni europee e, perché no, mondiali.
  • dall’altra parte ci sono quelli che, prestando maggiore focalizzazione sulla dimensione etnica piuttosto che su quella politica, vedono nella riaffermazione delle identità locali la chiave di volta per intaccare sostanzialmente la monocultura del pensiero unico attraverso le riaffermazione di identità sopite.

Il problema sorge in quanto, superficialmente, queste due tendenze intellettuali sembrano appunto contrapporsi nonostante abbiano, come fine comune, la decostruzione dell’attuale dominio politico, economico e (mono)culturale sul nostro continente. Logicamente, infatti, non si può essere favorevoli a qualsiasi separatismo e, allo stesso tempo, auspicare la resurrezione degli stati nazionali e della loro forza centralizzante.

Il problema sussiste finché queste due tendenze vengono considerate in maniera ortodossa. Da qui la necessità di questa trattazione atta a ribaltare tale prospettiva, sempre mantenendo il medesimo fine e cioè la liberazione dall’usocrazia monoculturale WASP (white anglo-saxon protestant) a trazione americana e a chiare tinte sioniste.

Ribaltare la prospettiva vuol dire rinunciare ad avere come paradigma sia il separatismo radicale ed universale, sia il centralismo assoluto.

Per delineare dove maggiormente si trovi la ragione riguardo gli specifici scenari territoriali è necessaria un’analisi dei vari separatismi, al fine di riuscire a comprendere quali e quanti separatismi avanzino richieste legittime (ed in quale misura).

Questa trattazione sicuramente non si concluderà con queste poche righe (soprattutto perché nel futuro continentale e nazionale la questione dei separatismi sarà sempre più invasiva dato che la crisi soffia sul fuoco dei separatismi) ma per ora proveremo a passare in rassegna i separatismi italiani, cercando di comprendere quali di essi siano legittimi; faremo ciò utilizzando come parametri di giudizio la storicità (ovvero da quanto tempo sono rivendicate le richieste) e la base etno-antropologica dai cui sorgono.

Questa nostra riflessione ci potrà aiutare in campo politico, quanto meno europeo, ad orientarci verso l’appoggio o il contrasto dei regionalismi partendo proprio dalla legittimità.

Alto-Adige

Storicamente l’Alto Adige diventa politicamente italiano alla fine del primo conflitto mondiale, in seguito allo smembramento dell’impero austro-ungarico conseguente alla sua sconfitta militare. Subisce un tentativo di italianizzazione durante il Fascismo tramite politiche di immigrazione dalle altre parti d’Italia, diviene tedesco dal ‘43 al ’45, per poi tornare italiano a guerra conclusa. Per quanto riguarda l’italianizzazione è vero che ci fu una massiccia immigrazione dalle vecchie province, soprattutto di lavoratori provenienti dalle zone depresse del veneto che trovarono lavoro nella zona industriale di Bolzano, ma bisogna ricordare che soprattutto nella parte dell’Alto Adige a sud del vecchio confine napoleonico, a spanne da Bolzano compresa fino a Salorno, dopo il 1866, in seguito all’emanazione del famoso decreto imperiale da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe, fu avviata la tedeschizzazione e la slavizzazione del Tirolo meridionale, del Litorale e della Dalmazia. Il processo, ovviamente, toccò anche l’Alto Adige riguardo il quale, all’epoca, le alte sfere austro-ungariche denunciavano il pericolo di italianizzazione vista la crescente percentuale di italiani presenti sul territorio.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale l’Austria rivendicò l’Alto Adige ma, alla fine, le “Potenze” vincitrici decisero di assegnarlo all’Italia che, in cambio, dovette assicurare una forte autonomia sancita con lo scellerato ”Accordo De Gasperi-Gruber” del 5 settembre 1946 che, se da una parte assicurava appunto l’Alto-Adige alla Patria, dall’altra poneva le basi per il graduale indebolimento della presenza della comunità italiana sul territorio. L’Austria stette buona fino al 1955 quando riottenne la propria piena sovranità (limitata a causa dell’occupazione militare delle potenze vincitrici) con il “Trattato di Stato”, in seguito al quale iniziò a tramare sottobanco per riottenere l’Alto Adige.

Da qui l’inizio degli attentati. Dopo una prima fase (1961) culminata con la tristemente nota “notte dei fuochi”, periodo durante il quale gli atti terroristici vennero organizzati prevalentemente da altoatesini di lingua tedesca, la cospirazione antitaliana fu presa in mano da forze straniere guidata da personaggi tedeschi e austriaci che, da quanto svela “Spiegel”, erano legati ad ambienti ex-SS riciclatesi nell’estrema destra tedescofona. Non lasciamoci inoltre condizionare dalla propaganda austriacante che si limitò a parlare di meri attentati ai tralicci. Fu una vera e propria offensiva all’Italia, compiuta (oltre con attentati ai snodi elettrici) con armi automatiche, bombe e mine antiuomo che provocarono la morte di 18 italiani, la maggior parte militari (Carabinieri, Alpini, Finanzieri, Poliziotti) e anche di qualche civile.

A parte ciò è ancora forte la presenza indipendentista tra gli schieramenti politici locali, la quale presenta un graduale continuum da quelli più moderati a quelli più radicali che generalmente occupano l’ala di destra del consiglio provinciale.

Passando ai numeri, si può operare una divisione percentualistica della popolazione alto-atesina secondo il ceppo linguistico (dati censimento 2011): il 69,41% della popolazione è di madrelingua tedesca, il 26,06 % di madrelingua italiana, il 4,53% di lingua ladina. Nonostante ciò gli italiani sono maggioritari comunque in cinque comuni – Bolzano (73,8%), Laives (71,50%), Bronzolo (62,01%), Salorno (61,85%) e Vadena (61,50%) – oltre a costituire la metà della popolazione nella seconda città provinciale (Merano 49,06%) e un quarto della terza (Bressanone 25,84%). Il tutto comunque va inserito nel contesto di una graduale ma costante diminuzione della popolazione italiana avvenuta negli ultimi 40 anni – da 137.759 (36%) a 118.120 (25%), dato paradossale se consideriamo che questa diminuzione è avvenuta in tempo di pace e sotto il governo italiano. È inoltre interessante notare come gli stessi austriaci considerarono sempre i ladini come italiani, sottoponendoli per questo ad un massiccio e talvolta violento processo di germanizzazione fin dal 1700, con l’obiettivo di eliminare la presenza ladina ad esempio dalla Val Venosta, dalla Val Gardena, dalla Val Badia e dall’Ampezzano (territori all’epoca ladini ed ora pressoché interamente tedeschizzati), per poi nel secondo dopoguerra sostenere l’esistenza di una fantomatica etnia ladina, al fine di diminuire la numerosità, e quindi il peso, della componente italiana. Prima di iniziare una qualsiasi analisi è bene considerare che, attualmente, una più che considerevole parte di altoatesini sono ladini tedeschizzati in passato.

Passando al dato amministrativo, grazie al sistema proporzionale puro, il Consiglio Regionale è composto da 70 membri eletti 35 in Alto-Adige e 35 nel Trentino. Complessivamente la rappresentanza politica è ben equilibrata anche se in Alto-Adige la contrapposizione si fa più forte. C’è da considerare però inoltre che non è mai esistita un’entità politico amministrativa comprendente la sola attuale provincia di Bolzano separata da Trento (Bolzano fino al 1918 era poco più di un paesotto) fino al 1927, quando il Fascismo creò la provincia di Bolzano.

Tutto sommato di certo non si può dire che la minoranza etnica alto-atesina (è bene ripudiare definitivamente l’artificiosa denominazione di sud-tirol, per giunta erronea in quanto riferita al Trentino all’epoca in cui venne coniata e che è stata solo recentemente rispolverata per motivazioni prettamente strumentali al separatismo tedescofono, pur senza aver mai avuto un’esistenza politica) non sia ben tutelata, anzi il problema si capovolge: in quale modo lo Stato Italiano potrebbe tutelare maggiormente la componente italiana prima che quest’ultima si riduca ulteriormente rafforzando così le pretese separatiste?

Attualmente entrambe le due province sono Autonome e quindi godono di uno Statuto Speciale; la regione, ad esempio, deve solo il 10% delle tasse locali allo stato italiano, potendo trattenere sul territorio il restante 90% – questo è uno dei fattori che rendono i servizi pubblici, l’efficienza, il decoro urbano, l’amministrazione e affini qualitativamente migliori rispetto alla media dei servizi pubblici di molte delle regioni italiane. Dal punto di vista culturale, che quindi rispecchia anche quello linguistico, nella provincia di Bolzano, chiunque voglia lavorare in un impiego pubblico (comune, provincia, regione) deve sapere sia il tedesco che l’italiano.

Tirando le somme si può dire che le rivendicazioni separatiste dell’Alto-Adige (e non del Trentino) abbiano una base sicuramente etnica (sebbene gli altoatesini austriaci siano dichiaratamente una minoranza etnica e non un popolo, discriminante che rende inutile qualsiasi dibattito sulla possibilità di un’autodeterminazione, prerogativa dei popoli e non delle minoranze) e quindi apparentemente più legittime rispetto ai seguenti esempi ma, allo stesso tempo, l’autonomia storicamente concessa all’intera regione sembra decisamente irrispettosa della comunità italiana, a causa della “calata di braghe” che lo stato italiano democristiano effettuò nel corso della storia nazionale post-bellica una volta seduta ai tavoli delle trattative.

La Costituzione, nonostante tutto, afferma che l’Italia è unica e indivisibile ed un possibile referendum per l’autodeterminazione è costituzionalmente improponibile, oltre ad essere, come detto, concettualmente errato in quanto gli altoatesini tedescofoni costituiscono, per loro stessa ammissione, una minoranza etnica.

Come dicevamo, gli italiani non sono mai stati deboli come nel dopoguerra dopo il “De Gasperi-Gruber” che, per noi socialisti nazionali, andrebbe abolito in toto e attualizzato in una differente chiave (crediamo che l’Italia sia l’unico stato al mondo in grado di tutelare gli interessi di chiunque meno che degli italiani e della Nazione stessa).

Consideriamo inoltre che gli “Schuetzen” continuano sempre a provocare e a lottare contro qualsiasi cosa sia minimamente italiana. È in atto una svendita e cancellazione dell’italianità altoatesina da tempo, con la complicità di destra e sinistra che, sull’altare degli accordi elettorali con l’SVP, l’hanno progressivamente sacrificata per i propri tornaconti di partito con l’ennesimo atteggiamento anti-nazionale a cui ci hanno ben abituati.

Rivendicazioni slovene

Gli sloveni al confine orientale italiano non hanno mai accettato la rinuncia alle città di Gorizia e Trieste che avevano occupato, a suon di massacri e pulizia etnica contro gli italiani, nel maggio 1945. Infatti, qualche tempo fa, al termine del semestre di presidenza europeo, la Slovenia distribuì un testo riassuntivo di quanto svolto nel periodo che si apriva con una breve storia nazionale, nella quale si aveva il coraggio di affermare come, al termine della seconda guerra mondiale, la Slovenia avesse dovuto rinunciare a terre slovene per motivazioni politiche: in pratica Trieste, Gorizia e quanto ad est dell’Isonzo rimasto in Italia. Questa volontà annessionistica trova i prodromi addirittura nella prima metà dell’800, quando venivano già diffuse cartine etnografiche da Lubiana e Zagabria che tracciavano, arbitrariamente, il confine del territorio etnicamente slavo al fiume Isonzo, se non addirittura al Tagliamento. Nella seconda metà dell’800, con la compiacenza delle autorità asburgiche, iniziarono le violenze contro gli italiani in Venezia Giulia e Dalmazia, all’interno di un più ampio programma di cancellazione dell’italianità dall’Adriatico orientale perseguito tramite brogli elettorali, massiccia immigrazione slava dall’interno dell’impero, divieto di uso della lingua italiana, cambiamento di cognomi, chiusura di scuole in lingua italiana, incendi di sedi di giornali italiani, di sale di lettura, circoli culturali e sportivi italiani, massacri ed omicidi. Appare quindi chiaro come i massacri delle foibe, che portarono al tragico esodo, non furono di certo una vendetta per presunte violenze italiane ma solo l’ultima fase di un violento processo di eliminazione della componente italiana dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia che gli slavi perseguivano dal secolo precedente[1]. Gli sloveni, che oggi costituiscono una minoranza diffusa lungo una breve fascia di terra che si snoda al confine da Tarvisio a Trieste, sono numericamente poco rilevanti (altrimenti non si capirebbe il rifiuto di farsi censire) ma, tuttavia, godono del riconoscimento di minoranza linguistica e di un preciso status giuridico con diritti definiti (leggi nazionali rispettivamente 482/1999 e 38/2001), oltre che del riconoscimento del ruolo dell’Unione Culturale Economica Slovena (legge regionale 26/2007). Nonostante i vasti diritti riconosciuti, la minoranza slovena continua da anni a rivendicarne sempre di maggiori, tra cui il bilinguismo nel consiglio comunale di Trieste, quello segnaletico o una sempre maggiore richiesta di fondi in virtù dello status di minoranza (che la Regione e lo Stato versano già in quantità superiore alle effettive necessità). Di fatto, gli sloveni non hanno mai cessato di rivendicare le città di Trieste e Gorizia e sono numerose le provocazioni che puntualmente pongono in atto: presenza di bandiere dell’ex jugoslavia e slovene durante i cortei del 1° maggio a Trieste, vilipendi a monumenti italiani, esaltazione di crimini commessi da partigiani jugoslavi durante l’occupazione di Trieste e Gorizia, commemorazione di terroristi condannati a morte dallo Stato italiano per attentati e omicidi negli anni ‘20/’30 con aggiunta l’esposizione dei vessilli di associazioni terroristiche come il TIGR alla stessa presenza delle istituzioni italiane partecipanti a simili eventi, fatti che evidenziano l’ingratitudine e l’inconciliabilità del nazionalismo sloveno di fronte al pur ottimo trattamento che l’Italia concede alla minoranza slovena residente in territorio italiano.

Indipendentismo del sedicente Territorio Libero di Trieste

Il Territorio Libero di Trieste è la denominazione assegnata al progetto di creazione di uno Stato, controllato dalle Nazioni Unite, previsto dal Trattato di Pace del 1947 e corrispondente all’attuale provincia di Trieste e ad una porzione dell’Istria nord-occidentale (comprendente tra l’altro le città di Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Buie). Il progetto non venne mai realizzato e, nel 1954, il Memorandum di Londra affidò l’amministrazione provvisoria della Zona A (l’attuale provincia di Trieste) all’Italia, e la Zona B (la porzione nord-occidentale dell’Istria) alla Jugoslavia, mettendo fine all’occupazione militare anglo-americana. Il Trattato di Osimo del 1975 pose fine alla questione, sancendo la sovranità di Italia e Jugoslavia sulle rispettive zone fino ad allora amministrate e delimitando definitivamente i confini. Da alcuni anni, alcuni individui hanno rispolverato la questione dichiarando, senza alcuna autentica base giuridica, l’esistenza del Territorio Libero che, quindi, non avrebbe mai cessato di esistere e le cui rispettive zone sarebbero tuttora solamente sotto l’amministrazione di Italia, Slovenia e Croazia. Tralasciando il curioso fatto che questi indipendentisti si concentrino unicamente sulla Zona A, evitando di rivendicare apertamente l’ex Zona B (in virtù di motivazioni assai ridicole ma che contribuiscono a mettere in chiaro il loro retroterra culturale, ideologico e nazionale), le motivazioni dietro questo ridicolo tentativo di resuscitare un aborto giuridico sono un incrocio di ragioni economiche e politiche. Tra le file di questi sedicenti indipendentisti si possono incontrare italiani, sloveni, nostalgici austriacanti, “nostalgici” titini, progressisti ed addirittura ex-patrioti. Pur essendo ufficialmente poco più di qualche migliaio, questi elementi sono ben finanziati e la loro costosa attività e propaganda è, probabilmente, sostenuta anche da fondi di provenienza estera. Questo ridicolo indipendentismo, pur se limitato nei numeri, è piuttosto chiassoso e, negli ultimi anni, ha dato vita ad una rumorosa quanto dannosa campagna anti-italiana, propagandando italofobia, incitando deliberatamente alla disobbedienza delle leggi italiane, praticando vilipendi all’Italia e alle sue istituzioni, rinnegando l’italianità triestina per una fantasiosa quanto poco storica canonizzazione del defunto impero austro-ungarico. I danni apportati da questo manipolo di anti-italiani, unitamente alle sempre più fastidiose provocazioni, sono state il motivo che ha portato alla piacevole nascita di Trieste Pro Patria, associazione di patrioti che, insieme ad altre associazioni tra cui la Lega Nazionale, il Comitato 10 Febbraio, l’Associazione nazionale Arditi d’Italia, hanno dato vita ad un fronte compatto per difendere l’italianità di Trieste e ribadire lo storico attaccamento della città giuliana all’Italia. Inutile ripetere che queste rivendicazioni indipendentiste triestine fanno leva su inesistenti basi giuridiche ma, tuttavia, permane la necessità di opporsi fermamente a questo processo di manipolazione storica e di propaganda di falsità cui è stato dato il via qualche anno fa e che vorrebbe riscrivere, in chiave anti-nazionale, la storia patria.

Lega Nord – Padania/ Indipendentismo Veneto

Per quanto concerne i secessionisti leghisti non ci soffermeremo più di tanto, in quanto le istanze rivendicative hanno alla base soltanto motivazioni economiche e fiscali e non presentano un sostrato etnico e culturale effettivo. Questi raggruppamenti politici sorgono dal reale malcontento dei piccoli e medi imprenditori ex-DC che si sentono vessati dalla tasse di uno stato che fa poco per garantirli e ciò rappresenta indubbiamente un terreno fertile. Le rivendicazioni “culturali” sono pressoché gravitanti intorno a presunte origini celtiche invocate e rappresentate da simboli dalla dubbia autenticità locale; il discorso di fondo è che ogni regione (e ogni provincia!) ha le sue particolarità culturali ma ciò non vuol dire che ci sia una cultura d’insieme sovraregionale. La Padania e il Veneto sono Italia senza nessuna forma di dubbio.

Indipendentismo Sardo

Politicamente parlando, i loro rappresentanti politici risiedono nell’ala di sinistra e generalmente presentano venature social-democratiche. Le loro necessità sorgono dalla consapevolezza di appartenere ad una realtà umana e territoriale caratterizzata da interessi economici differenti da quelli italiani. Grande rilievo assume la questione della prostituzione dei territori sardi nei confronti della NATO, presente sul posto con molte basi militari con annesse esercitazioni e relative conseguenze ambientali e cliniche. La protesta contro le basi NATO c’è ma non hai mai assunto toni forti e unitari e per questo non caratterizza profondamente queste rivendicazioni. Lo spirito identitario dei sardi lo conosciamo tutti, così come la loro particolarità culturale e linguistica; dire che la Sardegna è altro dall’Italia è assurdo, a maggior ragione considerando che il regno che diede il via al processo di unificazione nazionale fu il Regno di Sardegna. La cultura, seppur a tratti a sé stante, rientra comunque in un ambito italianistico. Dubito che una maggioranza vera voglia la secessione dall’Italia e, nel caso essa fosse auspicata dai più, non penso che questo basterebbe a far sloggiare gli yankees dalle loro basi. Le loro rivendicazioni sono legittime tanto quanta è l’intensità con cui le perseguono, che sinceramente e generalmente ci pare scarsa.

Indipendentismo Meridionale

Non ripercorreremo la storia del Regno delle due Sicilie perché richiederebbe troppo tempo. Diamo per scontato che il lettore non sia a digiuno dei motivi storici che hanno portato all’arretratezza del meridione, lo smantellamento dell’industria più avanzata fino a quel momento e l’abbandono da parte di un’Italia a trazione nord-centrica. Personalmente leggiamo l’indipendentismo neo-borbonico come una voglia di revisionismo storico riguardo il Risorgimento ed il fenomeno del brigantaggio; effettivamente l’Italia venne fatta ed è doveroso rivedere quegli anni di storia affinché sia fatta luce e chiarezza e sia restituita giustizia a dei territori e a della gente che in quel contesto storico uscirono sconfitti, ma che hanno avuto una dignità storica da salvaguardare e che deve essere patrimonio di tutti, non scordandoci però che se Garibaldi riuscì nell’impresa non fu grazie alla massoneria, alla mafia e alle altre assurdità che si sentono dire, bensì per il grande appoggio popolare che incontrò da Marsala a Napoli. Quei siciliani, che si ribellavano un giorno sì e l’altro pure ai “grandi” Borboni, lo accolsero come liberatore ed ingrossarono le sue file in modo considerevole. Nessuna campagna militare di quella portata avrebbe avuto successo senza l’appoggio Velocemente due possono essere gli esempi, in campi diversi, utili a sottolineare l’assoluta italianità della Sicilia; dal punto di vista linguistico e culturale ricordiamo che l’italiano nasce dalla scuola siciliana ancor prima che dal toscano della Divina Commedia, dal punto di vista storico-militare invece rimembriamo il tributo di sangue versato volontariamente dal meridione durante il Risorgimento, dalla spedizione dei mille alla terza guerra d’indipendenza, dalla guerra di Libia alla Grande Guerra. Se l’Italia è diventata nazione è stato possibile perché tutte le componenti hanno concorso a renderla tale e non soltanto perché le decisioni nordocentriche hanno egemonizzato l’intera unificazione.

Indipendentismo siciliano

In parte legato strettamente al neo-borbonismo (ricordiamo però che, come detto, i siciliani si rivoltarono sempre contro i Borboni nel corso dei secoli. Ferdinando II – vero tiranno – venne addirittura soprannominato Re Bomba per il cannoneggiamento di Messina), esso rispecchia lo spirito rivoltoso dei siciliani che già dai tempi dell’impero romano tentarono l’indipendenza con delle rivolte. Etno-culturalmente la Sicilia ha una composizione figlia del susseguirsi dei domini che rendono i siciliani un’etnia tanto eterogenea quanto unitaria, di conseguenza è assurdo parlare di un’etnia specifica ed inquadrabile. Anche qui vale lo schema della Sardegna, pensiamo che la stragrande maggioranza dei siciliani non abbia nessuna intenzione di rendersi indipendente.

Altri indipendentismi

Ci sarebbero altri indipendentismi ma sono talmente ridicoli che non vale la pena trattare (Friuli libero, Piemonte Stato, Granducato di Toscana, qualche papalino dello Stato pontificio, il principato di Filettino – questo è comico davvero – e altri storici psicopatici trascurabili).

Conclusioni.

I separatismi ad esigenza economica non li consideriamo legittimi e per questo ci opponiamo senza se e senza ma. Il separatismo con una base etnica, e annesse venature etniche, richiede delle riflessioni: qui si riapre infatti un dibattito sul federalismo etnico e la sua natura, contrapponendolo e anzi elevandolo al federalismo fiscale. La differenza fondamentale tra queste due forme di federalismo sta nel fatto che, il primo è un’ideologia che, contrapposta al centralismo, propugna una decentralizzazione dei Governi su base etnica, riconoscendo così alle minoranze, ai popoli e alle comunità un principio di autogoverno che pone in risalto le tradizioni, le usanze, i dialetti tipici; il secondo non è altro che un’ideologia di stampo puramente liberista che intende solo far sì che ciascuna regione sia autonoma solo a livello fiscale.

Qui vediamo infatti già una profonda spaccatura, che entra da subito in contrasto con il nostro pensiero: plasmare un popolo su basi solamente economiche è come costruire una casa senza fondamenta. L’economia di un popolo è lo specchio della propria identità culturale, storica, etnica e sociale: senza la presenza di suddetti elementi si ricade nell’anonimato globalista, nell’ingegneria sociale mondialista che vuole creare una sola economia globale senza tenere conto delle diversità geografiche, culturali e politiche intrinseche di ciascuna comunità umana.

Il nostro obiettivo è quello di dover mettere sulla bilancia in piatti uguali la centralità della nazione italiana e allo stesso tempo riconoscere e valorizzare il pluralismo etno-sociale della nostra nazione. L’Italia è infatti una nazione “multietnica”, ma per multietnico non si intendono i deliri liberal-borghesi del “multiculturalismo”, bensì quell’insieme che implica la presenza di diversità da regione a regione, tutte queste diversità unite sotto una sola bandiera e all’interno di un unico confine. Possiamo immaginare uno Stato etno-federalista, come uno stato corporativo e organico per eccellenza: l’interazione fra diverse comunità e diversità locali che si riconoscono in un’unica identità che le protegge e che, senza di esse, non potrebbe esistere. Sfido chiunque a negare che i semilavorati delle industrie tessili della bassa Lombardia permettano ai pastori piemontesi di potersi vestire per poter lavorare nel freddo inverno, per garantire a loro volta latte e formaggi ai falegnami umbri che fabbricano sedie, che permettono a un romano come me di starsene seduto davanti a uno schermo a scrivere queste parole. L’essenza del corporativismo è proprio questa. E dobbiamo far nostre le parole di Mazzini: “Dio v’ha fatti ventidue milioni d’uomini, con una stessa fisonomia per conoscervi, con una stessa lingua madre di tutti i vostri dialetti per intendervi, con una stessa indole svegliata, attiva, robusta, per associarvi e lavorare fraternamente al vostro miglioramento in Unità di Nazione ; e voi vi state divisi, separati da leggi, da dogane, da barriere, da soldatesche, mal noti gli uni agli altri, anzi spesso ostili tra voi, ubbidienti a vecchie e stolte rivalità fomentate, perché siate sempre deboli, dai vostri padroni, e vi dite romagnoli, genovesi, piemontesi, napoletani, quando non dovreste dirvi ed essere che Italiani.

Quello che sembrerebbe più legittimo tra questi è quello dell’Alto Adige perché effettivamente presenta una demografia indicativa; ciò non toglie però che l’autonomia attualmente concessa alla regione è frutto degli eventi e delle richieste avanzate durante la storia recente e, soprattutto, non è ulteriormente radicalizzabile come vorrebbe l’estrema destra tedescofona alto-atesina in quanto abbiamo visto i rapporti d’autonomia che ci sono tra popolo-minoranza etnica-stato.

Il referendum comunque, fino ad ora, sembra essere lo strumento politico più idoneo per decisioni di questo genere al fine di tutelare il principio di autodeterminazione che, però, abbiamo visto essere incostituzionale in Alto-Adige, oltre che privo di basi giuridiche. Ad ogni modo persiste l’esigenza di cambiare la rotta che la Dc a suo tempo aveva tracciato e che gli attuali partiti, degni epigoni della balena bianca, stanno continuando fedelmente, ed anti-nazionalmente, a portare avanti.

Mentre in Veneto la rappresentanza politica indipendentista è tangibile ma assolutamente illegittima, per quanto riguarda gli altri contesti queste istanze sono estremamente minoritarie rispetto la totalità, quindi trascurabili politicamente ma comunque indicative e meritevoli di una riflessione, soprattutto in merito ai contesti nei quali sono maturate, al fine di evitare la loro proliferazione e ricostruire una solida identità nazionale salvaguardando le specificità locali.

Fabiano Lolli

Note:

[1] Durante il ventennio gli sloveni dovettero subire alcune angherie e limitazioni ma fu molto più fumo che arrosto e, all’alba del 1939, la minoranza slovena era addirittura numericamente superiore rispetto al 1920, a testimonianza di come la politica italiana non comportò un esodo massiccio della popolazione slovena dalla Venezia Giulia.

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2 pensieri su “Separatismi: un male non necessario ed evitabile

  1. Quando la grande Patria delude, quando essa non è piu’ in grado di proteggere il Popolo, tutto si sgretola.
    La Grande Patria si smembra in tanti rivoli di piccole patrie; il Popolo si gretola in tanti rivoli di piccoli popoli.
    La “maledizione” degli Italiani stà tutta qui; oggi come ieri.

    La maledizione, ma soprattutto la stupidità ignorante di sè; la dimenticanza profonda del portato di tremila anni di storia, condanna gli Italiani all’errore metodologico ripetitivo, alla confusione patologica.

    La stupidità ignorante di sè, porta gli Italiani ad odiare sè stessi – l’Italia – invece della responsabile unica del disastro; la fallimentare “repubblica” ed i suoi addentellati umani parassitari.
    E’ la vergognosa, vampiresca, clientelare “repubblica” che và smembrata, distrutta; certamente non l’Italia.

    Essi, gli Italiani – stupidamente ignoranti di sè – non comprendono che l’Italia è la prima vittima della fallimentare “repubblica”.
    E’ la criminale, distruttiva, parassitaria “repubblica” che và smembrata, distrutta; certamente non l’Italia.

    Gli Italiani hanno un unico varco di libertà davanti a sè; e prevede che ci si salvi integralmente ed unitariamente come Popolo e come Italia, o si svanisca per altri secoli bui nell’irrilevanza del: “ostili tra voi, ubbidienti a vecchie e stolte rivalità fomentate, perché siate sempre deboli, dai vostri padroni”.

    A morte la repubblica, Viva gli Italiani e Viva l’Italia.

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  2. MI perdoni, sig. Lolli, se la tratto in maniera brutale, ma lei ha poche idee ma confuse! Si può legittimamente sostenere un’idea non etnica di nazione, si può legittimamente rifiutare l’idea federalista ma lei si dichiara favorevole al federalismo e, per giunta, sostiene la superiorità morale del federalismo etnico su quello fiscale. Si può essere o non essere d’accordo e si può anche assumere una posizione intermedia. Ma, vivaddio, quale federalismo etnico lei auspicherebbe per l’Italia, visto che nega la presenza, in Italia, di diverse etnie? E che senso ha auspicare un federalismo etnico, poi negare l’esistenza di diverse etnie in Italia, poi sostenere che l’Italia sia una nazione multietnica ma mettendoci le virgolette? La invito, comunque, a documentarsi meglio riguardo alla (sua) patria perchè le origini celtiche del Nord Italia non sono “presunte” e chi le nega dovrebbe studiare un po’ meglio! Sostenere, poi, che i “dialetti” in Italia abbiano come lingua madre l’Italiano (forse) poteva essere scusabile ai tempi di Mazzini ma oggi proprio no! E chi non vede i caratteri comuni che, pur nella frammentazione, possiede il Nord Italia, semplicemente sta negando l’evidenza! Negare poi le specificità etno-linguistiche del Friuli e sminuire quelle della Sardegna, quando tutti i linguisti, anche quelli decisamente unitaristi, definiscono il sardo e il friulano come lingue totalmente distinte dall’Italiano, anche questo non la qualifica certo positivamente! E che dire della bislacca concezione secondo la quale solo i siciliani sarebbero una distinta etnia? Ad ogni modo, se in Europa esiste uno stato multietnico senza virgolette, questo è l’Italia! Non esiste alcun legame genetico fra gli “italiani”, raggruppabili invece in quattro gruppi etnici tra loro ben distinti (escludendo le cosiddette minoranze etniche storiche) e senza alcun particolare legame tra loro (specie tra centro-nord e sud). Stessa cosa si può dire dei “dialetti” che non hanno l’italiano come lingua madre ma sono quattro distinti gruppi linguistici, cui si aggiungono le cosiddette minoranze linguistiche. Non esiste alcuna comune eredità storica “italiana” e, se proprio si vuole raggruppare, potremmo semmai parlare di due ben distinte eredità storiche, una centro-settentrionale (frammentata ma con caratteri comuni), l’altra meridionale (molto meno frammentata e con caratteri comuni). Insomma, l’Italia dal punto di vista etnico proprio non sta in piedi! Potrei continuare con le confutazioni ma mi fermo qui, se non per rimarcare che, riguardo alla distanza economica e civica tra nord e sud, potrebbe utilmente consultare i fondamentali e rigorosi studi di Putnam. I quali dimostrano che la distanza tra nord e sud non è solo economica ma è anche e soprattutto civica, è questione di ben diverse mentalità (non ci voleva uno scienziato per saperlo ma dato che i nazionalisti sono specialisti nel negare l’evidenza…) e la differenza di mentalità era presente (era esattamente la stessa) anche prima della “unificazione” di questo paese. Si chieda poi perchè (se non lo sa glielo dico io) gli esponenti dell’autonomismo ed indipendentismo in Nord Italia provengano in gran parte da esperienze di destra radicale (a parte le minoranze etniche storiche, nelle quali l’autonomismo di sinistra è ancora presente). Anzi, l’autonomismo/indipendentismo “di centro” ha perlopiù una base prevalentemente economica mentre quello “di destra” è decisamente etnico e identitario, anzi decisamente celtista e germanista!

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