Palestina: la cancellazione di un popolo

israele-palestina-riassuntoCancellare un popolo dalla storia e dalla geografia attraverso ideologia e propaganda nell’istruzione scolastica si può e si sta già attuando da anni in Palestina nel silenzio quasi totale.   E’ uscito nel 2015 per le Edizioni “ Gruppo Abele “ ed è stato presentato in Italia dalla stessa autrice, Professoressa israeliana Nurit Peled-Elhanan  ( docente presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione Linguistica dell’Università ebraica di Gerusalemme ) il libro “ La Palestina nei testi scolastici di Israele“. “Nonostante tutte le altre forme di informazione, i testi scolastici costituiscono potenti mezzi mediante cui lo Stato può configurare le forme di percezione, classificazione, interpretazione e memoria necessarie a determinare identità individuale e nazionale. Ciò vale in particolar modo per paesi come Israele dove storia, memoria, identità personale e nazionale sono  intimamente legati. “.Con queste definizioni l’Autrice inizia la sua analisi puntuale, serrata, approfondita e documentata dell’approccio alla Palestina nei testi scolastici destinati  a vari livelli   ai ragazzi  e ragazze ( quindi alla totalità degli studenti israeliani ! ) che a 18 anni vengono arruolati nel servizio militare obbligatorio per attuare la politica israeliana di occupazione dei territori palestinesi.

Si tratta – in sostanza – di un percorso ideologico-educativo che ha per scopo ultimo la disumanizzazione del popolo palestinese. Viene quindi rappresentato nel testo in esame – nei suoi vari aspetti –  lo spaccato dell’azione politico-militare che caratterizza il rapporto tra Israele e la Palestina nel suo complesso compresa la sua componente umana. Si evidenzia così lo studio che si è concentrato sui mezzi  semiotici che i testi scolastici adottano per trasmettere i loro messaggi educativo-formativi con il fine ultimo di cancellare dalla Storia della regione la Palestina e il suo popolo.

Ovviamente i testi e i programmi scolastici non sono, come anche in altra sede potremmo vedere e documentare, i soli strumenti che vengono adottati per determinare il comportamento della gioventù israeliana nei confronti dei palestinesi, ma certo hanno comunque successo nel diffondere le concezioni dominanti, per quanto palesemente false, perché fanno parte comunque del sistema omnicomprensivo di diffusione del mito “ antiarabo “. Si tratta di una capillare manipolazione della verità storica per imporre, celebrare e commemorare una “ storia ufficialmente autorizzata “, partendo fondamentalmente dal pregiudizio razziale che caratterizza da sempre le società colonizzatrici.

Nel caso specifico, avendo adottato come autorevole fonte storica la Bibbia e sorreggendosi sull’archeologia ebraico-israeliana, tesa soprattutto a provare validità e veridicità della narrazione biblica   e ad affermare che presenza e dominio degli ebrei nella terra di Israele-Palestina risalgono all’antichità (1), il corrente sistema scolastico israeliano immortala il < culto della continuità > come la chiama Nora Pierre (2)  In questa ottica nulla è lasciato al caso e tutti i mezzi di comunicazione educativo-formativa, dalla parola allo scritto, dal colore come risorsa semiotica di significato alla fotografia, dalle riprese aeree alla comparazione etno-culturale, dalle tradizioni, usi, e costumi all’ambiente socio-economico, tutto deve servire alla cancellazione progressiva e metodica della comunità palestinese in tutte le sue manifestazioni e – per di più – nel segno della modernizzazione e della civilizzazione.

E’ un libro da leggere e meditare anche per comprendere l’attualità e ricercare tenacemente la verità contemporanea al di là di quanto ci viene trasmesso mediaticamente su tutto quanto sta accadendo nell’intero bacino del vicino e medio oriente. Il libro della professoressa israeliana, quindi, è meritevole e va letto attentamente per giungere ad una seria  riflessione: dobbiamo uscire dalla trappola delle interpretazioni di comodo, arbitrarie e contraddittorie e sempre più spesso interessate ed asservite agli interessi < Usa-Israele >, per cui il linguaggio mediatico, anziché veicolo di informazione, di comunicazione degli avvenimenti, diviene strumento di confusione, di disinformazione e addirittura di prevaricazione e di intolleranza.

E’ attraverso questo meccanismo che nascono i pericolosi e duri a morire < luoghi comuni > che sfruttano una informazione manipolata sia sul piano concettuale che terminologico, ma soprattutto funzionale al sistema di penetrazione ed annessione territoriale del governo israeliano.  E’ sulla base di questo perverso teorema che si afferma la cosiddetta teoria della <conventio ad escludendum>  che l’oligarchia israeliana utilizza per emarginare, ghettizzare, perseguitare, demonizzare la popolazione palestinese. E’ attraverso il controllo globale dell’informazione che un’anonima ed informe opinione pubblica diviene ente collettivo di proiezione della volontà  e degli interessi del sionismo internazionale. Inoltre si alimentano così rassegnazione, ignavia e indifferentismo di massa. Infatti, tutto questo avviene nell’indifferenza quasi totale ( salvo rare eccezioni ! ) di una opinione pubblica lobotomizzata ma soprattutto nell’ignavia o quantomeno nell’impotenza di quegli stessi organismi internazionali lo scopo della cui esistenza sarebbe proprio quello di far rispettare il famoso <diritto delle genti>.

Dobbiamo purtroppo ammettere che viviamo un particolare momento storico in cui l’abuso del linguaggio e l’abilità nella sua distorsione e manipolazione, nonché  l’impossessamento di alcune parole chiave da parte di gruppi di potere, di lobby, di conventicole, possono divenire micidiali mezzi di penetrazione, di condizionamento, di persuasione e di distorsione fino a rappresentare quel fenomeno definito <insignificanza>.  Le parole, cioè, vengono svuotate di una rispondenza al reale, i concetti vengono slegati da ogni riferimento al vero e all’esistente, le parole diventano codici e segnali per una serie di metafore e di immagini  che, a differenti livelli ed a seconda delle circostanze, evocano significati  del tutto autonomi e sempre più distanti dalla verità dei fatti e dei comportamenti.

Nella fattispecie, per esempio, l’espansione programmata e la confisca delle terre ai palestinesi sono dette < la Redenzione > , lo Stato di Israele è chiamato < Sion >, l’epoca attuale è < il Terzo Tempio >  e così via, per cui la sostituzione della toponomastica,  la distruzione sistematica e la cancellazione dei villaggi, la sostituzione fisica della popolazione sui territori, rientrano nella logica e nella normalità anche comunicativa. In tal modo diventa facile ( soprattutto con la complicità mediatica ! ) trasmettere l’immagine del < terrorista palestinese >, dell’<aggressore palestinese> che nella realtà è viceversa l’aggredito in casa sua, e il comportamento di una intera comunità portata alla violenza perché incivile, incolta ed etnicamente contraria ad una civile convivenza.

Nella parte conclusiva del libro viene affermato senza mezzi termini: “Il discorso pedagogico trasmesso dai principali testi scolastici presenta frequentemente lo < stato d’eccezione> dei palestinesi come normativo; presenta altresì come il loro essere homini-sacer, ( ossia individui privati di ogni diritto umano e trattati come <nuda vita>, ai quali manca o è negato con la forza ogni <status> sociale e legale, e che chiunque può eliminare ), come una condizione necessaria per la sicurezza di Israele, cosa che risulta evidente dalle testimonianze di soldati. (3). Insisto, il libro va letto e diffuso  perché proviene da autorevole e documentata fonte israeliana. La lettura di questo libro è importante anche per una riflessione di carattere più generale che può vederci coinvolti personalmente o come appartenenti ad un gruppo sociale, politico o religioso  nella posizione alternativa di “ carnefici “ o di “ vittime “.

E ciò perché alla base di queste situazioni c’è quello stereotipo  che accompagna la vita degli individui, dei popoli e delle nazioni nelle varie circostanze storiche: “ il pregiudizio “  della cui sostanza  riporto una definizione che ritengo esaustiva: “ Il pregiudizio è un’antipatia basata su una generalizzazione irreversibile e in malafede. Può essere solo intimamente avvertita o anche dichiarata. Essa può essere diretta a tutto un gruppo come tale, oppure a un individuo in quanto membro di tale gruppo. “

Alliport 1954, 10 La Natura del pregiudizio – Nuova Italia 1954

Stelvio Dal Piaz

***

Note

1) Shlomo Sand – L’invenzione del popolo ebraico – Rizzoli  -2010

2) Pierre Nora – Realms of Memory :- Rethingking the  French Past. Vol.I Conflicts and Division, Columbia University Press, New York, 1996

3) Cfr. Breaking the Silence – Testimonies from Gaza.

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