Gli incubi di Stoltenberg

Venti di guerra fredda sembrano soffiare di nuovo in Europa e in giro per il mondo dopo la scelta della Nato, presa a luglio ma resa nota pochi giorni fa, di inviare a partire dal 2018 un’aliquota operativa di specialisti in incursioni rapide al confine tra Lettonia e Russia. C’è chi parla già del pericolo di uno scontro globale e della probabilità di una crisi simile a quella dei missili cubani del 1962, con un eccesso di fantasia che francamente dovrebbe essere ridimensionata  sul nascere da quegli organi di informazione che paiono più abili a spararla grossa che a fare sensate analisi politiche. E allora proviamo a spogliarci il più possibile di certe convinzioni e simpatie e tentiamo di costruire un quadro che sia il più razionalmente plausibile.

Innanzi tutto va detto che il paragone tra lo scenario internazionale odierno e quello del 1962 non è assolutamente pertinente. E ciò per svariate ragioni. In primis l’attuale contesto è molto più liquido e sfuggente di quello di allora: se negli anni sessanta si era in pieno confronto tra due blocchi monolitici, connotati ciascuno da una propria visione del mondo e dei rapporti socioeconomici, oggi l’ideologia non esiste più, per cui la probabilità di uno scontro diretto tra i due pesi massimi è estremamente bassa. Ai tempi dei missili sovietici a Cuba il rischio fu sicuramente alto perché da entrambe le parti si credeva di lottare contro il male assoluto e di essere dalla parte del giusto. In quel frangente delicatissimo la paura dell’olocausto nucleare giocò un ruolo estremamente efficace, al punto che difronte al pericolo della distruzione globale le parti riuscirono a trovare un accordo. Oggi la situazione è radicalmente cambiata perché la rigida  contrapposizione ideologica, divenuta un vecchio ricordo, è stata sostituita dallo scontro sugli affari e sulle sfere di influenza geoeconomica: ciò significa che le forti contrapposizioni, nascendo di per sé già sul terreno delle questioni economiche/energetiche, trovano soluzione nelle trattative, con la conseguente spartizione del tavolo.

Un secondo aspetto che ci convince della bassa probabilità di uno scontro planetario sta nel fatto che ormai i teatri di guerra sono confinati in aree regionali circoscritte, dove si combatte con armi convenzionali da parte di attori secondari, seppur la presenza dei due principali dominus resti sempre pervasiva. Ne abbiamo un esempio evidente in piena Europa dove nel Donbass si scontrano filo ucraini appoggiati da Nato e occidente e filorussi legati direttamente a Mosca: una guerra in piena regola che, come altre, non sarà mai un fattore scatenante di uno scontro planetario con l’impiego di armi nucleari. Vi è poi un terzo fattore, forse il più efficace, che esclude un conflitto globale su vasta scala: la presenza di un terzo dominus che ai tempi della guerra fredda non aveva la deterrenza bellica ed il potenziale economico di oggi. Stiamo ovviamente parlando della Cina. Chi, oggi, tra Russia da una parte e Nato/USA dall’altra può essere certo che in caso di crisi irrimediabile il colosso asiatico stia solo a guardare? L’incognita Cina rappresenta una variabile dal peso specifico troppo alto per poter essere ignorata e funge dunque da contrappeso in chiave di deterrenza.

Questo dunque è lo scenario che si presenta al momento e che ci porta a conclusioni meno apocalittiche di quelle fatte da altri osservatori.

Detto ciò va comunque preso in esame un altro aspetto sul quale è opportuno riflettere con attenzione. Ci riferiamo alla malcelata quanto insistente pressione strategica sui confini occidentali russi che la Nato sta conducendo ormai da un po’ di tempo. A ben poco può valere, se non ad acuire la tensione, la dichiarazione del Segretario Generale della Nato Stoltenberg che, nel commentare la decisione di creare sul confine lettone un avamposto, ha ammonito la Russia dicendo che è finito il tempo delle intromissioni negli affari degli altri stati e che Mosca non avrà una nuova Yalta. Se non fosse che tali dichiarazioni sono state riportate da quotidiani come La Stampa ed il Corriere della Sera verrebbe da dire o che le redazioni delle due testate si sono prese un abbaglio oppure che Stoltenberg l’ha detta veramente grossa.

Nel propendere per la seconda ipotesi ci limitiamo a far due cose molto semplici. La prima è quella di rammentare a Stoltenberg che a Yalta l’occidente (dunque la Nato/USA) ebbe il signoraggio su una fetta considerevole dell’Europa, almeno tanto quanto ne ebbe l’URSS. In seconda battuta che se  volesse stendere su un tavolo la carta geografica europea e fare un raffronto tra le posizioni USA/Nato e quelle URSS/Russia nel 1985 e nel 2016 dovrebbe mestamente ritrattare le sue avventate (e assurde) considerazioni. Chi, se non il blocco USA/Nato, spostandosi verso est ha creato negli ultimi tre decenni una vera e propria cintura di contenimento che, partendo dal Baltico passa per il Donbass, si spinge fino ai campi petroliferi di Mosul per poi chiudersi in Kosovo? Chi ha potenziato molte delle basi sul Mediterraneo, dotandole di nuovi armamenti anche quando in Russia non c’erano rubli nemmeno per far muovere le navi dai porti? Chi, in piena crisi economica russa, ha continuato a creare basi e a rifornire per miliardi di dollari di armi paesi come la Romania, la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Ucraina e via di seguito? E quante ne sono state ridimensionate o chiuse in Italia o in Germania o nel Regno Unito?

Ci vuole veramente tanta fantasia per digerire le parole di Stoltenberg senza farsi venire qualche piccolo dubbio; almeno per chi, come noi italiani, contiamo sempre a decine e decine le infrastrutture militari USA e Nato presenti sul territorio nazionale.
Detto ciò, vogliamo fare un passo in avanti rispetto all’analisi sulle posizioni strategiche USA/Nato che, comunque, sono da ritenere fattivamente incontestabili. Vogliamo cioè arrivare a dare una interpretazione delle ragioni che spingono gli USA verso una politica di continuo allargamento dell’alleanza militare di cui sono gli incontrastati ed indiscussi fautori.

Indubbiamente la prima motivazione trova fondamento nel mantenimento dei livelli della produzione militare: allargando l’alleanza e costruendo nuove basi militari va da sé che i nuovi aderenti diventano automaticamente degli Stati-cliente, costretti a spendere cifre importanti per rispettare contratti capestro che prendono il nome di accordi internazionali. Vi è poi l’aspetto più antico di sempre che ha ancor oggi il giusto peso, ovvero quello che spinge un grande stato a fare terra bruciata attorno ad un potenziale rivale. Infine riteniamo di dover aggiungere un terzo aspetto, ben più specifico degli altri. Gli USA e il suo principale alleato, la Gran Bretagna, intendono continuare in quel disegno strategico che ha origine nel1939 e che mira a scongiurare la nascita di un solido e potente asse Berlino-Mosca. L’ipotesi di una vera e propria alleanza economica, politica e militare tra la Germania e la Russia ribalterebbe di fatto tutti gli equilibri fino ad ora conosciuti poiché la stessa Europa entrerebbe naturalmente ad essere parte di un autentico progetto eurasiatico dove settecento milioni di persone etnicamente omogenee tornerebbero a scrivere la storia dell’umanità. Abbiamo la presunzione di affermare che un tale scenario sarebbe si l’inizio di una nuova Guerra Fredda ma segnerebbe l’ora della riscossa per i popoli europei.

D’altro canto non sarà con gente come Stoltenberg o come la Mogherini che questo potrà accadere.

Fernando Volpi

(Vicepresidenza U.S.N.)

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