Dal TTIP al CETA: il liberalcapitalismo ci riprova

Dopo il fallimento del trattato TTIP, anche a seguito di una mobilitazione popolare, un’altro attacco viene perpetrato dai nostri politici, italiani ed europei, alla nostra economia e alla indipendenza giuridica dell’Italia e più in generale dell’Europa, con il silenzio dei grandi media. Passato piuttosto in sordina i primi di giugno, il Consiglio dei Ministri ha presentato un disegno di legge per la ratifica del trattato CETA, dopo che l’Unione europea lo ha approvato il 15 febbraio 2017. Adesso questo procedimento arriva direttamente in Senato dove, da calendario, dal 22 giugno ne è prevista la discussione. Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), è un trattato di libero scambio tra Canada e Unione Europea, e possibile Cavallo di Troia verso il nostro mercato da parte USA. L’accordo prevede l’abolizione del 98% dei dazi doganali, la possibilità per le imprese dei due paesi di partecipare reciprocamente a gare di appalto pubbliche e il riconoscimento di figure professionali. Nonostante possa sembrare un’opportunità per l’economia europea, la realtà è ben diversa.

Quali sono i lati (profondamente) negativi di questo trattato?

1. Parlando di economia e di imprese, i marchi tipici europei vengono sì tutelati ma dal Canada inizieranno ad arrivare prodotti simil-equivalenti a costi molto inferiori che:

a) non rispettano gli standard produttivi di qualità previsti dalle leggi UE – frutto di molte battaglie sugli OGM, pesticidi etc ;

b) saranno immessi prodotti a prezzi molto bassi che arrecheranno un danno alle PMI, le quali sono un pilatro di diverse economie europee, in primis dell’Italia.

2. L’istituzione del “dispute settlemetnt”. Si tratta di un sistema di “arbitrato”, una sorta di “tribunale privato” (con caratteristiche molto simili a quello presente nel World Trade Organization), che consente ad aziende di appellarsi contro gli stati in caso di una  mancata applicazione o di una violazione del trattato. Perché se è vero che nel CETA all’interno delle sue premesse riconosce agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico, dall’altro lato le multinazionali interessate possono appellarsi per far valere il proprio diritto a commerciare il proprio prodotto o servizio appigliandosi a questo o quel cavillo per contrastare la legge nazionale e tutelare i propri profitti.

3. Per concludere, a livello di impatto ambientale: come segnala il The Guardian, un esempio può essere quello dell’importazione delle cosiddette “tar Sands” , ovvero delle sabbie bituminose che sono composte da petrolio, acqua e argilla. Citando il quotidiano britannico “si tratta di uno dei combustibili fossili più pericoloso per l’ambiente, la cui maggior parte delle estrazioni avvengono nella regione di Alberta, in Canada. In Europa ci sono pochissime estrazioni di questo materiale, ma le cose stanno cambiando. Infatti, il Canada ha minacciato di bloccare i trattati quando l’UE ha provato ad inserire regole più restrittive riguardanti l’import di sabbia”.

Quindi, nulla di buono sotto il Sole di giugno.

Il moloch liberalcapitalista ci riprova.

A.D.F.

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