Promozione obbligatoria nella scuola italiana. Facciamo chiarezza.

Siamo in apertura dell’anno scolastico 2017/18 e come spesso accade negli ultimi anni, ci troviamo di fronte ad alcune novità. La maggiormente dibattuta è senz’altro quella che passa come “abolizione delle bocciature” nella scuola dell’obbligo. Ma vediamo cosa c’è di vero. Innanzitutto, per correttezza di informazione, sgombriamo il campo da un equivoco più o meno voluto: non c’è nessun decreto che obblighi a promuovere tutti gli studenti della scuola dell’obbligo. C’è invece un decreto vigente dal 1° settembre 2017 che riformula i parametri della valutazione e, unito ad altri tipi di intervento che la riforma cosiddetta Buona Scuola  ha già previsto e messo in pratica in maniera diffusa l’anno scorso, vanno di fatto a ridurre, anzi pressoché ad azzerare le bocciature.

Segnatevi questa sigla: BES. Bisogni Educativi Speciali. Possono essere di vario tipo ed entità e riguardano tutti gli alunni che sono a rischio di insuccesso scolastico. Gli insegnanti, da alcuni anni, devono individuarli e predisporre tutti gli interventi per garantire il successo formativo. Sappiate che ogni volta che c’è qualcosa che non va , quando un insegnante riporta le sue difficoltà al preside si sente chiedere: “Lei cosa fa per aiutare questo alunno?” Sottotitolo: “arrangiati”. La responsabilità è scaricata sul docente. Abbiamo un problema di dispersione scolastica e lo dobbiamo risolvere. Non lo faremo aumentando le ore e le compresenze perchè costano, non lo faremo stabilizzando i posti di lavoro perchè costano. Lo faremo con strumenti che ci tutelino dalla responsabilità dell’insuccesso che precedentemente ci hanno buttato addosso. Lo faremo predisponendo strategie che portino al raggiungimento di obiettivi minimi e saremo considerati tutti più bravi.

Ma vediamo un po’ di cosa stiamo parlando.

Negli anni precedenti, a fronte di studi sempre più complessi, si è arrivati a riconoscere ed esplorare una serie di disturbi dell’apprendimento (DSA) che erano causa di insuccesso e abbandono scolastico. Parliamo di disturbi come la dislessia, la discalculia, la disgrafia e la disortografia. Gli alunni affetti da questi disturbi hanno un’intelligenza pari o superiore alla media. Questi alunni, fino a circa 10 anni fa erano gli “asini”, quelli che non riuscivano a imparare. Grazie agli studi portati avanti nel campo, sono state messe a punto strategie e strumenti compensativi e misure dispensative. Una consapevolezza maggiore da parte degli insegnanti (opportunamente formati e aggiornati) consente di riconoscere i sintomi dei disturbi e predisporre gli interventi con gli specialisti. Il succo del discorso è:  i DSA non devono essere penalizzati e si devono mettere in campo tutte le risorse possibili per favorirne il successo formativo.

Ciò è più che giusto, soprattutto se si pensa a quante eccellenze ci sono  in ogni settore che  hanno disturbi di questo tipo. Ma agli insegnanti cosa viene chiesto? Essi devono gestire da soli i DSA senza aiuto di un sostegno, predisporre piani personalizzati (quindi anche richieste ed esposizioni personalizzate, mentre lavora con il resto della classe, e non è detto che di alunni disturbati a vario titolo ce ne sia solo uno per classe), valutare l’alunno in base a quello che può dare. Ed ecco che una bella fetta di studenti che sarebbero stati bocciati sparisce.

Ma non esistono solo i DSA. Da qualche anno è stato riconosciuto anche il disturbo da Deficit di Attenzione/ Iperattività (ADHD), un disturbo evolutivo dell’autocontrollo che include difficoltà di attenzione e concentrazione, del controllo degli impulsi e del livello di attività. Ancora una volta gli insegnanti sono lasciati soli nella gestione di questi alunni,  devono predisporre piani personalizzati in base alle indicazioni degli esperti, valutare gli alunni anche nel comportamento tenendo conto del fatto che soffrono di un disturbo riconosciuto. Diversamente dai DSA, i genitori spesso non si mostrano collaborativi, rifiutano di prendere atto del problema, ai colloqui informativi reagiscono male, scaricano le responsabilità sugli insegnanti, fanno  partire denunce. Succede che, in mancanza di una diagnosi (che non può essere ottenuta senza il consenso dei genitori) la scuola si trovi a fronteggiare spesso casi di questo genere, e insieme agli ADHD certificati e a quelli non certificati si trovino alunni semplicemente maleducati, indisciplinati, abituati a considerare tutto quello che vogliono come dovuto, che presentano gli stessi comportamenti. La scuola ha le mani legate. Esautorati da una campagna di criminalizzazione che ha visto il suo picco  negli anni della vergognosa riforma Gelmini, la cui onda lunga continua anche dopo 10 anni, gli insegnanti sono stati forniti di uno strumento che auspicabilmente arginerà il flusso di denunce, diffamazioni e anche aggressioni fisiche subite da studenti e genitori. Lo strumento è appunto la valutazione personalizzata finanche del comportamento. Lo studente che in altri tempi avrebbe ripetuto (anche più volte) l’anno sarà promosso, con  buona pace di tutti.

La terza macroarea riguarda gli alunni con disagio socioeconomico.  Per la maggior parte sono stranieri e figli di stranieri. La loro valutazione tiene conto del livello economico e culturale delle famiglie e della conoscenza della lingua. Molto spesso gli stranieri che arrivano in corso d’anno, soprattutto nelle classi più alte, sono bocciati  perchè non conoscendo la lingua non riescono a raggiungere gli obiettivi minimi. Poi frequentano ore aggiuntive di italiano. Sono la categoria più a rischio bocciatura, ma solo per il primo anno di frequenza  in Italia. Poi ci sono anche tanti alunni italiani provenienti da famiglie disfunzionali o comunque situazioni  problematiche (non sempre di tipo economico).

A queste tre categorie si vanno ad aggiungere tutti i BES che vogliamo. Tutti hanno diritto a essere aiutati e ad avere successo a scuola. Bene. Belle intenzioni. E nella pratica come si ottiene tutto questo senza andare a discapito della qualità della didattica e degli alunni “normali”? È pensabile che un insegnante da solo possa star dietro contemporaneamente a tante situazioni diverse e avere successo con ognuna? Per questo si sono abbassati gli obbiettivi. Per questo adesso si lavora per traguardi di competenze e non di conoscenze.

La valutazione generale è cambiata così: in poche parole sarà più facile prendere la sufficienza e più difficile raggiungere l’eccellenza.

E adesso facciamo qualche riflessione. Come ci siamo finiti in questo pasticcio?

Nel corso degli ultimi vent’anni lo Stato, con una volontà politica di volta in volta rinnovata dai vari governi, ha promosso una cultura dell’aziendalizzazione progressiva, servendosi della cosiddetta “Autonomia”.

Per ricostruire il percorso degli ultimi 20 anni, ci facciamo adesso aiutare dal  Dott. Marco Mongelli:

In principio fu la prima delle Leggi Bassanini, la n. 59 del 15 marzo 1997, che mirava a un riassetto complessivo della Pubblica Amministrazione nella direzione di una semplificazione delle procedure amministrative, di un alleggerimento dei vincoli burocratici per i privati e, in un’ottica federalista, di un massiccio decentramento di compiti e funzioni. Per quel che interessa qui, l’articolo 21 di questa “Bassanini semel” riguardava le Istituzioni scolastiche: la concessione dell’autonomia doveva dare alle scuole la possibilità di relazionarsi meglio al proprio contesto territoriale e quindi di poter proporre un’offerta formativa  rispondente alla domanda del territorio: in concreto, però, la concessione dell’autonomia era vincolata a un ridimensionamento degli istituti e al loro eventuale accorpamento e dunque una razionalizzazione delle risorse.
Ai sensi di quest’articolo, due anni dopo, nel 1999, il D.P.R. n. 275 (“Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche”) dava indicazioni su come doveva essere attuata quest’autonomia, ribadendo il principio sostanziale della razionalizzazione delle risorse. Inoltre, con il conferimento della dirigenza ai presidi l’autonomia fa un salto di qualità: il nuovo preside, ora dirigente scolastico, diviene titolare dell’istituzione scolastica e suo rappresentante legale. Agendo in nome e per conto dello Stato è responsabile del patrimonio e del bilancio. Da questo momento infatti ogni scuola ha anche autonomia finanziaria e patrimoniale,  laddove in precedenza non esisteva bilancio perché la contabilità era pubblica. In pratica, quello che fino ad allora era sostanzialmente un docente fra i docenti, colui che presiedeva, appunto, il Collegio dei Docenti, ora è, innanzitutto e perlopiù, un manager. Non pare azzardato dunque sostenere che la posta vera del DPR 275/1999 era di fatto la privatizzazione dell’istituzione scolastica. Così, le scuole dovettero raggiungere le dimensioni idonee richieste per vedersi conferire l’autonomia e quindi la personalità giuridica alle istituzioni scolastiche e il ruolo dirigenziale ai capi d’istituto. Sebbene, la L. 111/2011 (nel contesto della Spending Review) modificò i parametri precedenti di grandezza e la L. 128/2013 stabilì che gli accorpamenti spettassero alle Regioni, il principio è rimasto  inalterato.

L’autonomia scolastica ha come conseguenza immediata la possibilità per le scuole di personalizzare la propria offerta formativa. Lo Stato fissa i criteri e i traguardi dell’azione formativa; la scuola dell’autonomia, li articola in percorsi coerenti e motivati. Il cambio di paradigma è quello del passaggio dall’apprendimento di conoscenze alla maturazione di competenze. L’autonomia scolastica è infatti, secondo il DPR 275/1999 già citato, lo strumento che le scuole hanno a disposizione per “garantire il successo formativo degli studenti” ed essere quindi realmente efficaci, ossia capaci di formare, più che di istruire, uno studente. L’insistenza sul concetto di autonomia va di pari passo col ribadire che i vincoli alla stessa sono necessari per garantire omogeneità dei risultati e quindi una loro valutabilità scientifica: ecco che la retorica del decentramento e della libertà cozza contro l’ossessione standardizzante messa in piedi negli anni recenti. Come si può allo stesso predicare l’autonomia e imporre prove e criteri di (auto)valutazione che valgano per tutti indistintamente? A questo infatti servono strumenti e istituti come il RAV, l’INVALSI e il Sistema Nazionale di Valutazione tutto: vincolando l’autonomia concessa (e comunque sempre soggetta a verifica) a un monitoraggio estremo dell’azione formativa, sancisce una logica solo formalmente votata al suo miglioramento, e invece più concretamente funzionale alla prosecuzione di un’idea aziendalista della scuola, servendosi dell’autonomia come foglia di fico per i tagli massicci e rinunciando di fatto a svolgere la sua funzione sociale.

A quanto appena descritto dal Mongelli dobbiamo aggiungere settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, (finanziamenti incostituzionali ma comunque previsti dalla legge 62/200 che ha istituito il sistema paritario) mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule e per fornire un numero adeguato di docenti e personale ATA. Un flusso che parte dal Ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati, di qualità non sempre comprovata e dove i docenti sono retribuiti ancor peggio degli statali.

Ricordiamo, inoltre, il dispendio di risorse dovuto alla reintroduzione, nella pessima riforma Gelmini, dell’insegnamento della Religione Cattolica al posto di Storia delle Religioni, che di fatto obbliga a doppiare le ore destinate alla Religione (nella scuola Primaria ad esempio sono 2 settimanali, tante quante sono destinate a materie come Storia, Geografia, Scienze!) con ore di Alternativa alla religione, essendo venuto meno il principio di laicità che Storia delle Religioni garantiva. La riforma Gelmini ha tagliato su materie formative, ha depauperato i contenuti dei programmi, ha operato tagli del personale disastrosi (il tutto finalizzato al progetto di una scuola pubblica di qualità inferiore rispetto a tante già pessime private), ma ha imposto lo studio della Religione Cattolica, con docenti reclutati dalle Curie ma pagati dallo Stato. Per loro il problema della reperibilità di risorse non si pone.

Che dire?

Un sincero augurio di buon anno scolastico a tutti gli studenti e agli operatori a vario titolo della SCUOLA PUBBLICA.

Lucrezia Glemi

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