Sul Taylorismo digitale

Intenzione di quest’articolo è quello di prendere spunto da alcuni paragrafi dell’ultimo libro di Carlo Formenti, soffermandoci sulle caratteristiche dell’attuale  era del taylorismo digitale, integrandolo con altri elementi e proponendo delle discutibili (ma non troppo) proposte socialiste nazionali.

Taylorismo digitale

Il termine fu felicemente coniato nel 1996 da Sergio Bellucci in un articolo dal titolo Egemonia cibernetica: per una storia critica della tecnologia digitale nel numero di dicembre della rivista Rifondazione e poi più compiutamente rielaborato nel libro da lui pubblicato nel 2005 dal titolo E-work. Lavoro, rete e innovazione.

Il termine prende spunto dalla figura dell’ingegnere-imprenditore F.W.Taylor che nel 1911 pubblica The principles of scientific Managment in cui spiega il suo metodo di miglioramento dell’efficienza produttiva dell’impresa, attraverso l’analisi delle caratteristiche della mansione richiesta e la creazione di un modello prototipico di dipendente sottoposto ad una serie di parametri di quantificazione-misurazione atti ad individuare il modo migliore per rendere ogni singolo gesto lavorativo il più possibile efficiente, veloce e produttore di valore. L’aggettivo digitale invece si riferisce alla tendenza futura e capacità che al giorno d’oggi ha il singolo individuo di auto-regolarsi ed auto-migliorarsi attraverso il semplice utilizzo ossessivo degli smart phone e delle loro mille applicazioni in grado di fornire, a chi se ne serve, dati riguardanti “benessere” e performance fisiche e mentali, a scopo migliorativo, e quindi in un certo senso a scopo produttivo. Una teoria positiva (e disumana) di questa cyber-visione in salsa New Age ce la fornisce M.Siegel; parliamo delle teorie dell’estensione della coscienza attraverso la totale immersione nei dispositivi di rete, roba da far accapponare la pelle. L’idea di base del Taylorismo digitale delinea quindi il prototipo di lavoratore perfetto, capace di misurare, controllare e incrementare la propria produttività autonomamente, di confrontarla con following, amici e parenti e di avvalersi della consulenza operativa, psicologica e morale dei propri gadget tecnologici. A parte questa visione catastrofica che potrebbe risultare al lettore come eccessivamente distopica, utopica, inverosimile o veritiera resta il fatto che ognuno di noi fa parte dei processi di valorizzazione delle grandi internet company al livello base solo per il fatto di trascorrere parte della nostra giornata connessi, socializzando o acquistando che sia.

L’aggressività del capitalismo digitale

Durante le manifestazioni e i tafferugli in occasione delle votazioni del Jobs Act francese che ha incendiato per mesi il dibattito e le strade di Francia (2016), un aspetto che mi aveva particolarmente colpito furono le dichiarazioni in delle interviste dei manifestanti che argomentavano le loro ragioni di dissenso in quanto percepivano che ormai era saltata la storica distinzione marxiana tra tempo di lavoro e tempo di vita, un processo produttivo che ormai non lasciava più spazio al tempo libero, sia per mancanza di tempo materiale a disposizione del lavoratore, sia per l’insufficienza dei risparmi per poter affrontare una vacanza di famiglia laddove sono concesse le ferie.

Il tema dell’individuo trasformato in agente economico a tempo pieno è quanto mai attuale, come dimostrano i lucidi manifestanti di Nantes. J. Crary ipotizza addirittura che il capitalismo digitale si stia preparando all’assalto dell’unica barriera naturale che appaia ancora in grado di impedire la colonizzazione dell’intera vita quotidiana dell’individuo, e che lo separa quindi dal controllo totale, perfino organico e cerebrale. Ciò non può non richiamare alla mente le teorie sul Biopotere di M.Foucault che, forse prima degli altri ha esplorato in maniera articolata questo dominio. Crary ci restituisce l’immagine del perfetto lavoratore di questa era storica con la felice metafora del soldato disciplinato immune dal sonno per periodi prolungati di tempo, performance che a volte possono richiedere l’assunzione di droghe e farmaci, sia per incrementare l’attenzione che per neutralizzare la fisiologica necessità del riposo. Non è un mistero tra l’altro che nella nostra società, come tendenzialmente in tutte le società occidentali, è in aumento il consumo di psicofarmaci, droghe e alcool, sintomo evidente (molte volte quotidianamente percepibile) della catastrofe sociale.

Uberizzazione del lavoro.

Arriviamo quindi a ciò che oggi s’intende per uberizzazione del lavoro e che per ora riguarda soprattutto il tema dei trasporti. Il neologismo si riferisce a tutta una serie di attività che svolgono la funzione d’intermediazione tra la domanda e l’offerta nel mercato del lavoro e che si basano su un servizio digitale, più smart, rispetto ai tradizionali canali intermediari. Il concetto deriva dall’emulazione della formula del successo di Uber, cioè una azienda privata di trasporti nata come alternativa ai taxi. Apprendo in giro per la rete, anche se potrà sembrare palese al lettore, che l’etimologia della parola è evidentemente tedesca è sta a significare sopra, super e che nelle ultime decadi è utilizzato nell’inglese informale e underground. Il canale d’intermediazione come dicevamo è diverso dalla chiamata al 3570 della Cooperativa RadioTaxi, in quanto Uber propone una intermediazione digitale usufruibile tramite una comoda applicazione per smart-phone, così come su Amazon si può acquistare tramite un semplice clic invece di acquistare nel classico negozio. Il servizio di geolocalizzazione offerto da Uber permette all’azienda di incassare una percentuale sul profitto della singola corsa, così come JustEat che però, a differenza di Uber, non va a sfavorire una categoria forte e organizzata ( ragazzi delle consegne ) come quella dei tassisti.

Uber nella politica

E’ quindi facile immaginare come la proposta Uber vada ad incrementare le file di chi vorrebbe rendere l’Italia un paese gestito dalle grandi aziende private estere e che considera l’ultima moda proveniente dagli USA come la ricetta economica idonea in grado di rilanciare l’occupazione, eleggendo il lavoro autonomo a grimaldello di questa fantascientifica ripresa e che ha naturalmente come sostenitori i partiti della tecnocrazia europea neoliberista. Non solo, ma sono gli stessi manager di Uber che per far fronte ai divieti e alle limitazioni incontrati in diversi paesi che cercano di salvaguardare i servizi di trasporto tradizionali dalla concorrenza sleale di questo nuovo soggetto economico, che aizzano e mobilitano l’opinione pubblica attraverso la propaganda dei grandi media al fine di cercare supporto e consenso politico sotto la bandiera dell’introduzione della libera concorrenza in un settore come quello dei trasporti da sempre monopolio di cooperative ed enti pubblici. Capiamo bene come il disservizio e il malfunzionamento del trasporto pubblico e l’alto costo del servizio taxi sia il ricettacolo perfetto per chi, privatizzando, promette di abbattere i prezzi e migliorare il servizio a vantaggio del cittadino-consumatore.

La nostra proposta proletaria e nazionale

Non mettiamo in dubbio che al giorno d’oggi l’uberizzazione dei trasporti garantirebbe un lieve abbassamento iniziale dei prezzi della singola corsa in confronto agli altissimi prezzi offerti dai tradizionali taxi che rimangono appannaggio solo delle classi medio-alte/alte, a differenza delle classi medio-basse/basse che continuano a soffrire i disservizi del trasporto pubblico e che soltanto saltuariamente e in casi eccezionali possono permettersi la comodità del servizio taxi. A Roma per esempio la corsa centrocittà-Fiumicino viene a costare addirittura 40 euro in confronto ai 10, massimo 15 euro di benzina che servirebbero materialmente per arrivare al aeroporto della capitale. Ogni discorso che tratti l’argomento non può non prendere avvio dalla questione irrisolta dei trasporti pubblici che in alcune città ( Roma sopra le altre) rappresenta un disagio strutturale ai danni dei lavoratori e all’intera società.

 Inoltre a noi sembra abbastanza chiaro che finché la questione del trasporto pubblico non verrà affrontato finalmente con serietà e con le adeguate risorse, l’immobilizzante traffico e la questione ecologica non potranno di conseguenza prendere una quanto mai sperata piega risolutiva. Denunciamo altresì l’inutilità e la strumentalità delle giornate ecologiche volute dal sindaco di turno, in quanto oltre a sfavorire pesantemente tramite l’applicazione di multe salatissime coloro i quali con il mezzo da carico lavorano quotidianamente, non risolve di certo l’alto tasso di inquinamento quotidiano di una città come Roma e che viene addirittura incrementato, rendendo la città letteralmente invivibile, nei giorni di guasto metro/autobus o di sciopero di metro/bus/treni o taxi. Il problema della nostra classe politica è sempre lo stesso, cioè l’applicazione di “soluzioni” quanto mai discutibili, strumentali (fini elettorali) e a breve termine e la conseguente incapacità di progettualizzare in maniera lucida nel medio e lungo periodo. Sappiamo inoltre come il tema del servizio del trasporto pubblico sia inscindibile dal tema del rapporto centro-periferia, dell’abbandono sociale in cui versano territori ampi delle borgate e delle periferie delle grandi città e del loro conseguente isolamento sia fisico che socioculturale, ricettacolo perfetto per i grandi cancri sociali urbani (criminalità, mancata scolarizzazione, fallimento dei processi d’integrazione tra diverse etnie ecc..).

Convinti che sul tema dei trasporti non sia così folle ipotizzare un diverso trattamento per gli utenti locali rispetto agli utenti esteri, quello che proponiamo è l’adozione delle licenze comunali e di un albo dei tassisti pubblici con l’applicazione di tariffe massime e minime in modo da fissare il prezzo della corsa così come sono fissi i prezzi delle singole corse metro/autobus/treno. Per quanto riguarda Uber va semplicemente abolito. Tutto dentro lo Stato, niente al di fuori o contro lo Stato.

F.L.

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Un pensiero su “Sul Taylorismo digitale

  1. la risposta al capitalismo dilagante nelle forme perverse che scatenano guerre settoriali e categoriali non che essere la nascita dello STATO NAZIONALE DEL LAVORO quale garante del bene comune

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