Le fusioni dei comuni come strumento per rafforzare i….Comuni

In Italia si è disorganizzati, vincolati, sfortunati. C’è sempre una scusa per ogni evenienza ma raramente si prospetta una soluzione. la colpa è sempre di qualcuno irraggiungibile. Erroneamente si aspetta sempre che la soluzione arrivi dall’alto e non si pensa mai che si possa invece ripartire dal basso: non si parla qui di tessere di partito ma delle comunità locali. I Comuni italiani potrebbero avere un grande ruolo nella politica a km 0 ma un problema emerge da subito parlando di questo ente: esistono realtà troppo piccole o troppo grandi per essere gestite in maniera funzionale.

Se da un lato esistono Comuni tanto piccoli da poter giustificare la loro esistenza solo per ragioni elettorali in quanto si crea una base di consenso utile come trampolino di lancio, dall’altro la crescita scriteriata delle città ha trovato amministratori incapaci di far fronte alle problematiche presentatesi. In particolare, i piccoli Comuni con la loro frammentazione sono strumenti inefficaci per governare il territorio, condizionati dalla burocrazia, dal progressivo taglio dei trasferimenti di risorse, dai vincoli delle leggi di bilancio nazionale, tutto a scapito dei servizi, delle opere pubbliche, delle manutenzioni: certamente queste non sono  problematiche che affliggono l’attuale classe dirigente.

Si propongono forme di cooperazione intercomunale, come quella dell’unione tra due o più Comuni, incoraggiate sia dal Parlamento che dalle Regioni, con la crescente coscienza dell’impossibilità economica e di mezzi che i Comuni hanno nell’affrontare problematiche anche banali quali la pulizia delle strade, s’impongono quindi come necessarie soluzioni alla crescente debolezza organizzativa.

Ciò che non porta alla reale fusione tra enti rappresenta un patetico tentativo di mantenere in vita posti per sindaci, assessori, consiglieri, il mettere in condivisione un segretario comunale per dare un’apparenza di cambiamento ma mantenere divisa una forza lavoro di dipendenti che potrebbe essere più efficiente sotto un’unica coordinazione: vi sono ad esempio operazioni che richiedono l’intervento di più operai e si potrebbe avere maggiormente sportelli dedicati, come anche più forza per aspetti quali la cultura, lo sport, la manutenzione degli spazi pubblici siano essi monumenti, palazzi, vie o spazi verdi. L’unione di comuni è definito ente dal Decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, che attua la Legge 3 agosto 1999 n. 265, in modo particolare dall’articolo 32. ma la sentenza della Corte costituzionale n. 50 del 2015 dichiara che si tratta di una mera forma istituzionale di associazione tra Comuni: da qui si evince come sia sporca la coscienza di chi ci amministra.

Le fusioni sono necessarie non solamente tra piccoli Comuni ma anche tra territori che assieme formano realtà geografiche che avrebbero tutto il vantaggio ad essere amministrate in maniera congiunta quali una valle, un’Isola, un tratto di costa, questo in quanto condividono, in verità, uno spazio comune e devono trattare tematiche comuni o quantomeno simili. Ciò non  intacca le identità locali ma semmai le rafforza grazie ad un ente che affianco ad una visione di insieme, ha la capacita di mantenere vive particolarità mentre, spesso, i piccoli Comuni si abbandonano alla rassegnazione.

 Anche le fusioni sono state incentivate dall’alto e non soltanto in considerazione delle piccole realtà, infatti nel caso di fusioni di grandi dimensioni (almeno 50.000 abitanti), si è reso possibile l’accesso diretto a bandi U.E. per il finanziamento di progetti innovativi e comunque in Italia sono state recentemente istituite oltre 70 fusioni di Comuni e i progetti avviati in tal senso sono più del doppio. Nel Gennaio 2017 i comitati o  associazioni locali pro fusioni si sono riunite nell’Associazione nazionale FCCN (FUSIONE COMUNI Coordinamento Nazionale) per non lasciare che queste iniziative fossero lasciate a se stesse ma che vi fosse un’opera di sensibilizzazione congiunta.

La strada dell’unità non sarà semplice in quanto spesso l’italiano medio ha timore che non aver più il vicino, il parente o l’amico eletti in Consiglio comunale significhi non aver nessuno che farà cambiare la lampadina del lampione davanti a casa o è straziato al pensare che una persona anziana che debba rinnovare un documento sia costretta ad andare in una sede più distante. E’ questo il punto: l’italiano medio vuole soltanto favoritismi a livello personale a scapito di una visione Comunitaria e spesso trova scusanti sciocche come l’esempio dell’anziano, come se non fosse palese che già ora non tutti abitano di fronte al Municipio, tutto per mantenere un Sistema che gli comoda. Stessa cosa per gli eletti che come un personaggio sgradevole di un celeberrimo racconto di Tolkien si incollano al potere e credono che i Comuni siano cosa loro, quasi una proprietà privata e ciò lo si evince anche dai Social dove la loro presenza ha un che di divino, intervenendo loro come un deus ex machina.

Tutti i giorni si sente parlare di lotta al Sistema ma nessuno dice che faccia abbia. Sin che non avremo il coraggio di correggere questa nostra Italia dalla radice, sin che non sapremo chiamare il Sistema con il nome di un nostro vicino, parente o amico, dovremo solamente tacere e non parlare o assillare i prossimo con il termine Cambiamento.

Il Cambiamento può venire dal basso ma non con semplici tesseramenti o con lamentele fini a se stesse: occorrono obiettivi e strumenti atti a raggiungerli. I Comuni, oltre ad avere una grande importanza a livello identitario, politico e come base della struttura statale,, possono anche rappresentare uno dei punti di partenza per modificare le sorti dell’Italia.

Marco Porcella

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Un pensiero su “Le fusioni dei comuni come strumento per rafforzare i….Comuni

  1. La degenerazione della Borghesia – già denunciata un secolo fa, dall’incredibile tentativo littorio di creare dal nulla L’Uomo Nuovo italico – è oramai completa.

    Nessuno degli antichi valori borghesi; serietà, etica, moralità, etc. è infatti rimasto in piedi.

    Oggi una torma di Cialtroni itagliotici si addanna la vita, pur di arraffare un posto sul predellino del Treno della Partitocrazia clientelare; già totalmente corrotta a livello locale.

    Oggi – esattamente come un secolo fa – nulla di etico, buono, positivo e patriottico, potrà avvenire nella patetica Penisola dei Cachi; se prima non sorgono Uomini Nuovi.
    Ma, come recita un antico proverbio: “dalle Rape non si cava sangue”.

    Il Progetto eugenetico di far risorgere Italiani – Uomini Nuovi – dal fango borghesoide della Repubblica delle Banane, appare veramente disperato.

    Ma non vi è altra strada percorribile.

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