Parcheggio cittadino: nuovo status symbol moderno

Ogni giorno milioni di italiani devono utilizzare mezzi di trasporto per molteplici ragioni e, archiviato come obsoleto il kilometro 0, gli affari si fanno in centro, fosse anche di un piccolo paese, magari tra isolati dove svettano palazzi di svariati piani: la potremmo definire logica del centro commerciale. Molte volte i mezzi pubblici non bastano a soddisfare questa esigenza di spostamento, vuoi perché si dimostra macchinoso raggiungere la meta o le mete stabilite, per non parlare della spesso riscontrata scomodità, sia per motivi di affollamento sia per motivi di ordine tecnico, partendo dall’attesa del mezzo stesso sino al suo abbandono senza entrare nel merito della situazione per le persone con deficit fisici o in presenza di passeggino. 

Parcheggi per tutti, o quasi

Lo Stato si organizza per risolvere la questione con  l’ausilio di parcheggi privati a pagamento e strisce variamente regolate che donano sosta a tutti indiscriminatamente, avendo soldi nel portafoglio si intende. La demarcazione più famigerata è quella delle c.d. strisce blu grazie alle quali vi è un forte e continuo esborso di denaro a favore dei Comuni, che hanno in base all’articolo 7 comma 8 del Codice della Strada,  diritto a creare zone di parcheggio a pagamento. La norma stabilisce che “qualora il comune assuma l’esercizio diretto del parcheggio con custodia o lo dia in concessione ovvero disponga l’installazione dei dispositivi di controllo di durata della sosta di cui al comma 1, lettera f), su parte della stessa area o su altra parte nelle immediate vicinanze, deve riservare una adeguata area destinata a parcheggio rispettivamente senza custodia o senza dispositivi di controllo di durata della sosta.

Tale obbligo non sussiste per le zone definite a norma dell’art. 3 “area pedonale” e “zona a traffico limitato”, nonché per quelle di particolare rilevanza urbanistica, opportunamente individuate e delimitate dalla giunta nelle quali sussistano esigenze e condizioni particolari di traffico: e così ogni angolo remoto delle città comincia ad assumere “rilevanza”, poichè spesso sono gli stessi Comuni a individuare quelle “aree rilevanti”, affidando il compito a una società esterna di consulenza, pagata dall’ente locale stesso, che puntualmente consegna la certificazione chiave al Comune di turno. La conclusione è sempre la stessa ovvero il dilagare dei parcheggi a pagamento che, insieme a quelli con disco orario alzano la probabilità di collezionare multe su multe.

Nei centri più grandi abbiamo poi la suddivisione delle aree blu in sottogruppi contraddistinti da lettere o da nomenclature quali “area azzurra” e molte volte ciò avviene anche all’interno di una stessa via o piazza, generando anche nell’autista con più buona fede dubbi e, purtroppo, errori che costano caro. Le strisce blu dovrebbero aumentare la disponibilità di parcheggi, grazie alla rotazione della sosta che si determina con il pagamento della tariffa e dovrebbero crescere, in teoria, le opportunità di parcheggio e calare il traffico itinerante alla ricerca dei stalli di sosta ma a che prezzo?

L’articolo 7, comma 1 lettera f, del Codice della strada, dà ai Comuni il potere di stabilire le tariffe e le condizioni della sosta a pagamento in conformità alle direttive del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Poichè queste direttive non sono mai state emanate, c’è chi ha ritenuto che tutti i provvedimenti comunali fossero fuorilegge.

In realtà, le direttive non erano necessarie e comunque il Ministero oggi non potrebbe neppure emanarle: il Codice le aveva previste nel 1992, mentre la riforma costituzionale del 2001 ha dato ai Comuni piena autonomia su come determinare le proprie entrate, incluse quelle della sosta su strisce blu. Inoltre, le direttive, per loro natura, sono atti propulsivi, cioè esortazioni a chi ne è destinatario ovvero sono meri “consigli”.

Appare evidente che la collocazione delle attività e dei servizi all’interno dei centri crea un intasamento di mezzi che può essere sfruttato a livello economico da alcuni privati e dagli enti pubblici a scapito della moltitudine di persone, oggi più pensate come “utenti” che si trovano costretti ad esborsare.

Tutto questo non è giustificabile in termini di efficienza in quanto basterebbe ragionare su scala territoriale per vedere quanto non sia difficile cambiare rotta e dirigersi verso una realtà sociale maggiormente a misura di utente, ops, uomo.

Marco Porcella

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