La Linea Retta n. 22: Spread e privatizzazioni un binomio letale

Su tutte le prime pagine dei giornali si torna a parlare di Spread, creando panico tra investitori e gente comune. Tuttavia molte persone non hanno ancora chiaro di cosa sia veramente lo spread e di quanto sia realmente (o irrealmente?) incisivo nell’economia europea. E’ invece molto utile capire bene cosa si nasconde dietro questa parola e dietro la logica che ne consegue. Concetto che, usato con una certa astuzia, puo’ costringere un Paese a prendere delle decisioni poco proficue per se stesso ma utili a perseguire gli interessi di chi lo utilizza.

Partiamo dalla base: lo spread è un indicatore derivato dalla comparazione dei titoli di Stato italiani – BTP Italia 10 anni e quelli tedeschi, ( un titolo di stato è un’obbligazione emessa dallo Stato , chi acquista un titolo di Stato presta i soldi allo Stato che lo emette, il quale li restituirà in un determinato periodo di tempo con gli interessi). In questa comparazione si compie un semplice calcolo: rendita italiana – rendita tedesca; ad esempio ponendo che la rendita italiana sia al 2% mentre quella tedesca allo 0,5%, si avrà uno spread di 1,50 che diventa, in punti, 150.

Il calcolo della rendita del BTP Italia è prticolarmente complesso ed esso varia giornalmente sulla base di complesse formule ed algoritmi che racchiudono vari parametri quali inflazione, rischio etc. In sostanza più è alto l’Interesse di un titolo di Stato meno sarà “probabile“ che lo Stato riesca a ripagarlo al suo investitore. E da tale “valutazione del rischio” spalmato su x anni, ne deriva un algoritmo di prezzo che va ad incidere su diversi fattori dell’economia reale.

Sulla base di queste frammentarie informazioni è chiaro che l’Italia – non essendo una nazione che puà stampare moneta – ha l’obbligo di rivolgersi alla BCE, sottostando alle regole di bilancio dell’Unione Europea; questo obbligo comporta che per avere “ moneta “, e quindi anche per pagare gli interessi sui titoli emessi, lo Stato deve raggiungere determinati “traguardi” in campo finanziario e quindi garantirsi un gettito fiscale (entrate) utile a ripagare i propri debiti. Quando una nazione non riesce a piazzare sul mercato titoli di stato sufficienti necessari al proprio fabbisogno si ritrova obbligata a chiedere un programma di aiuti (sulla scia della Grecia), consistenti nell’intervento delle banche centrali e dei fondi monetari internazionali che erogano un prestito ad hoc.

Abbiamo detto che il tasso del BTP Italia 10 anni, varia giornalmente ed elementi come la spesa pubblica, o la ridotta possibilità di ricevere moneta dalla BCE, ne causano l’innalzamento del tasso di interesse. Sulla questione della “ricezione di denaro“ è doveroso ricordarci che il denaro è stampato a livello centrale dalla BCE (Banca Centrale Europea), esso viene “consegnato” agli Stati aderenti dietro specifiche condizioni tra le quali vi è anche il contenimento della spesa pubblica. Sostanzialmente uno Stato deve tenere i propri conti in ordine e di conseguenza cercare di gestirsi la liquidità presente all’interno del proprio territorio (questo può anche aiutarci a capire la ragione per la quale non è interesse degli Stati e delle banche avere correntisti risparmiatori: il denaro deve circolare, produrre consumi che producono redditi, che producono, a loro volta, tasse e gettito fiscale per l’erario). Quando uno Stato parla di disavanzo e richiede flessibilità significa in poche parole che lo Stato non è in grado di gestire le proprie spese e quindi eventali iniezioni di liquidità dovrebbero avvenire da parte delle autorità monetarie centrali.

Ora torniamo al nostro spread, come abbiamo spiegato in precedenza, piu’ sale lo spread e piu’ coloro che hanno acquisito i titoli italiani saranno destinatari di rendite maggiori che lo Stato dovrà pagare.

Ma chi sono i creditori dello Stato? Secondo recenti stime circa il 68% dei titoli sono in mano a soggetti residenti in Italia, questi soggetti sono per una significativa parte le banche italiane, circa il 27% ad altri soggetti europei inclusa la BCE (che attraverso le operazioni di quantitative easing, o alleggerimento/allentamento quantitativo, o anche facilitazione quantitativa, ha comprato titoli italiani e quindi iniettato liquidità nelle casse dello Stato), il resto in mano ad investitori extraeuropei.

Il pagamento delle cedole è previsto tra sette anni e la grande differenza tra il singolo cittadino che acquista un Btp ed una banca, è che il primo probabilmente attenderà la scadenza per incassare capitale e interessi (se lo Stato non fallisce) mentre i secondi li utilizzano per creare rendite finanziarie attaverso continue compravendite o creando dei prodotti finanziari garantiti da questi titoli (un sistema pernicioso questo che ha già causato diverse vittime all’epoca del crac della Lehman Brothers e di tutti quegli istituti bancari che avevano in pancia prodotti finanziari garantiti da “sottostanti” che erano carta straccia).

Proprio per questo la banca ha più interesse a mantenere basso il tasso di interesse del Btp poiché, nel mondo finanziario, significa che esso è più facilmente “vendibile” mentre un alto tasso di interesse (che comunque sarà scontato su un lungo percorso) lo rende poco appetibile. Chiaramente l’esempio è frutto di una estrema semplificazione ma dà un’idea di chi davvero ha interesse a mantenere lo spread basso e del vero motivo; ed infatti questa non appetibilità ha fatto affondare le borse, in primis i titoli bancari.

Ma in realtà lo spread è davvero dannoso per l’economia?

La risposta è SI, poiché siamo all’interno dell’Eu e ne abbiamo sottoscritto i trattati. Unione Europea e conseguenti trattati dai quali il popolo, a quanto sembrerebbe dai risultati elettorali, non vuole sganciarsi; ne consegue che la nostra “incapacità” nel determinare politiche economiche e monetarie interne, ci renda pienamente dipendenti dagli organi centrali europei. L’Europa ci impone di sopperire alle nostre crisi di liquidità con operazioni finanziarie interne allo Stato, cosi’ quando noi stessi chiediamo alla stessa Europa di sfiorare certe percentuali nel rapporto debito/PIL, ci stiamo prendendo la responsabilità di incrementare le entrate nelle casse dell’erario.

E come aumentano le entrate nelle casse dell’erario? Semplice, con l’aumento delle imposte, il taglio della spesa pubblica (sanità, istruzione etc..) e attraverso le privatizzazioni.

Sui tagli ci torneremo prossimamente dedicando ad essi un intervento separato, mentre è importante analizzare il capitolo privatizzazioni (passate e future).

Correvano gli anni 90 e lo Stato controllava quasi l’80% di banche, comparto logistico (strade e Autostrade) e utilities (aqua, gas, elettricità e telefono), assicurazioni e alcuni settori industriali. All’inizio degli anni 90 la situazione economica mondiale era in profondo cambiamento e l’economia veniva velocemente divorata dalla finanza. Quest’ultima, infatti, chiedeva che sui mercati venissero messe nuove “nuove risorse”, cioè delle strutture appartenenti all’economia reale, che quindi avevano un margine di sostanzialità, da “trasformare“ in prodotti finanziari da collocare sul mercato. Su queste basi si iniziò a svendere tutto il patrimonio che creava ricchezza reale materialmente e a creare quei presupposti che oggi si sono trasformati nella triste realtà di un’economia che non si basa più sulla produzione materiale ma quasi esclusivamente sulla “rendita” finanziaria.

Tracciamo brevemente le tappe partendo da Amato che nei primi anni 90 dismette le partecipazioni pubbliche a favore dei privati in COMIT, INA e CREDITO ITALIANO; successivamente abbiamo, l’allora Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi che creò le condizioni “tecniche” per privatizzare quello che rimaneva dell’IRI, operazione che troverà conclusione sotto il governo di Romano Prodi che liquidò tutto il “pacchetto” a 56.051 miliardi di lire. Altra fase importante fu la (s)vendita di Telecom Italia ad una cordata di “imprenditori” guidata dalla famiglia Agnelli, svendita’ che fini’ nel 2008 con la dismissione di Alitalia. In termini economici le privatizzazioni portarono nelle casse dello Stato 127 milioni di euro con effetti devastanti sull’economia del paese; soldi peraltro tutti finiti per ripagare il debito e non in infrastrutture o nell’ammodernamento geologico e logistico della nazione che come vediamo ora sta andando a pezzi.

A livello di occupazione le privatizzazioni portarono un decremento dei posti di lavoro quantificabile in circa 1.000.000 di unità (tra prepensionamenti, licenziamenti etc…).

Ma non basta: dai rapporti della Corte dei Conti si può rilevare che i costi che il Paese si troverà a pagare per l’accesso ai servizi di pubblica utilità sulla media/lunga scadenza sarà ben più alto dei ricavi portati dalle privatizzazioni stesse.

E ora cosa sta succedendo?

Secondo noi assolutamente nulla di nuovo poiché la nuova fase delle nuove privatizzazioni fu inaugurata da Monti il quale sulla scia della new economy si propose di non operare più attraverso il becero sistema della vendita diretta perpretato dai sui predecessori ma bensì attuando un’operazione di finanza strutturata attraverso la trasformazione della Cassa Depositi e Presititi in una sorta di JP Morgan, ma costituita tutta con soldi pubblici. Lo stesso Monti nel 2012 dichiarò che le partecipazioni pubbliche in Fintecna sarebbero appunto state cedute alla Cassa Depositi e Prestiti che a sua volta le avrebbe piazzate sul mercato finanziario. Ricordiamoci bene che adesso lo Stato detiene il 30% di ENI inoltre è presente in ENEL e in altri settori strategici la cui cessione porterebbe liquidità nelle casse dello Stato rendendo così felice l’Europa e potrebbe colmare il “trend“ negativo in atto da più di 5 anni.

E’ cosi’ allora che vediamo come il concetto di spread, possa portare uno Stato a logorare la propria economia interna attraverso le cessioni di beni pubblici, comportando un impoverimento sostanziale del valore patrimoniale di cui dispone.

Forse il susseguirsi per qualche anno di Governi “incapaci“ puo’ dare un’accelerata ad un processo che, secondo gli investitori internazionali, è stato da troppo tempo rimandato?

Può essere che l’incapacità nel soddisfare i requisiti dell’economia europea si trasformi in una grandissima operazione di finanza speculativa facendo arricchire i grandi intermediari finanziari e senza lasciare alcun beneficio sul territorio?

Per queste domande la risposta arriverà solo con il tempo, tuttavia ricordiamoci che l’assoggettamento alle regole europee, nonché il fallimento totale delle politiche industriali nazionali, non porteranno certo ad una crescita economica del Paese e strumenti come il reddito di cittadinanza, se protratti troppo a lungo, saranno solo il pretesto per gettare l’Italia in mano agli sciacalli della finanza internazionale.

C.S.

02/10/2018

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