L’Elzeviro dei Tribuni n. 11: Ipotesi su una crisi diplomatica

La crisi diplomatica tra Italia e Francia scoppiata per il sostegno dato ai gilet gialli da parte di Di Maio sta suscitando le ovvie prese di posizione di tutta quell’area politica benpensante europeista ed esterofila che non aspetta altro che uno starnuto del governo per poter urlare ai quattro venti l’avvenuta deflagrazione di una bomba atomica.

A rigor di logica il vicepresidente del consiglio, per il ruolo rivestito, avrebbe fatto miglior cosa a tacere e ad evitare appoggi “scomodi” in nome di quella real politik che chi governa deve necessariamente affrontare. Ma non è questo il punto del problema. Diciamo che si potrebbe pure riconoscere a Di Maio il coraggio di un’uscita diplomaticamente infelice ma politicamente interessante, che meriterebbe miglior sorte se non fosse che, con fondata ragione, c’è da credere più ad una mossa di basso livello propagandistico. E questo per una duplice ragione: la prima quella di controbattere mediaticamente alla pervasiva presenza di Salvini in ogni angolo della penisola e la seconda di allargare il campo d’azione al suo partito in vista delle prossime elezioni europee dove rischia di fare un flop o di perdere l’onda lunga della crisi della sinistra.

Insomma, quella che poteva essere una iniziativa politicamente coraggiosa e dal sapore quasi rivoluzionario è con ogni probabilità l’ennesimo squittio di piccoli roditori in cerca di qualche mezzo punto percentuale in più nei sondaggi.

Giunti però a questo punto e visto che le uova si sono ormai rotte, l’uscita del vicepresidente del consiglio almeno una cosa positiva dovrebbe produrla, ovvero essere la cartina di tornasole per misurare il livello di autentica “rivoluzionarieta’ ” di un esecutivo che a parole e proclami aveva promesso un cambio radicale di rotta rispetto alle linee di politica estera dei precedenti governi destro-sinistri. Intendiamoci bene, non è che ci aspettiamo chissà cosa, giacché la pelosa condiscendenza verso il padrone d’oltreoceano resta la linea guida della politica estera italiana, però il fatto che l’ambasciatore di Francia sia stato richiamato a Parigi non è uno di quegli eventi che rientra nella ordinarietà delle cose.

Sarà importante vedere se nelle prossime settimane inizieranno i movimenti sotterranei di una certa diplomazia e di una certa politica per tornare ad avere buoni rapporti con Parigi o se i mal di pancia filogiacobini e antiMacron del governo gialloverde prevarranno sulle logiche europeiste trasversali dei benpensanti e responsabili (in primus Mattarella).

Ma una cosa è certa: se questa crisi diplomatica che, per chi scrive, ha sue ragioni sostanziali e legittime ancorché in forte ritardo (dall’affare Libia ci si doveva muovere!) dovesse essere veramente una delle tante trovate per far muovere solo la ruota del consenso elettorale e della politica mediatica, allora vorrà dire che il fondo della pattumiera è stato grattato per le misere briciole di bottega. Se così fosse e se nel breve torno di tempo le cose dovessero tornare come prima, ovvero con l’Italia che con i fatti si rimangia quanto detto e torna al ruolo di comprimario nella UE a guida franco-tedesca, ci acconceremo a ritenere l’attuale governo come uno dei più grotteschi e caricaturali della nostra storia.

C’è poi una seconda e non meno importante valutazione da fare: se la mossa di Di Maio avesse altresì un intento distruttivo nei confronti degli equilibri europei per fare un favore o, peggio, per obbedire a chi oltreoceano lavora per minare la UE dal suo interno, in tal caso questa scelta sarebbe sì “rivoluzionaria” ma con un obiettivo antieuropeo ed antinazionale mai visto prima.

E se a dire ciò siamo noi, che questa pseudo Europa la detestiamo profondamente, con ragionevole fondatezza riteniamo che l’alternativa atlantista a stellestrisce sia di gran lunga peggiore.

Fernando Volpi

11/02/2019

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