L’individualismo etico: un’aberrazione capitalista

Questi mesi di quarantena forzata hanno messo a dura prova gli italiani sotto molti punti di vista, primo fra tutti sicuramente quello psicologico. In tutti i cittadini questa situazione inaspettata ha determinato un senso di smarrimento che è stato la causa principale di una destabilizzazione che ha coinvolto la maggior parte della popolazione; ma questo stato di cose perché è venuto a determinarsi? Indubbiamente ha contribuito in maniera non marginale il fatto che il governo non abbia saputo spiegare sufficientemente bene ai cittadini la finalità delle misure restrittive alle quali sono stati obbligati a sottoporsi. Qui non si parla (dal punto di vista squisitamente materiale) di spiegare che cosa una persona per un determinato lasso di tempo avrebbe o non avrebbe potuto fare; e nemmeno a quali pene sarebbe andata incontro nel caso in cui essa avesse disubbidito. A questo le conferenze stampa del Presidente del Consiglio ci pensavano fin troppo bene.

Quello che è mancato è stato dare un senso comunitario a tutto ciò, ovvero far comprendere agli italiani il perché ci si è trovati in una determinata situazione, e il come era stato deciso di uscirne.

Dare una finalità a questi enormi sacrifici e stabilire un progetto di quale società alla fine di questa ennesima calamità figlia del tempo del capitalismo imperante, avrebbe aiutato le persone a seguire le regole che gli erano state imposte non per la paura di una multa, ma perché si sarebbero sentite parte di un qualcosa di più grande, e avrebbero capito che il sacrificio individuale di ognuno avrebbe assunto un valore importante per l’intera comunità nazionale. Questo è quanto si sarebbe fatto in uno Stato etico, che pone il benessere morale e fisico dei cittadini in cima alla lista delle priorità; uno Stato che comprende che senza questo fondamentale presupposto nulla di positivo può essere edificato.

Viceversa in un governo figlio del sistema capitalista abbiamo assistito all’esatto contrario. Non si è saputo e, quello che è più grave, non si è voluto minimamente accompagnare le persone unendole verso una meta comune, ma le si è lasciate completamente (e volutamente) abbandonate nello sbaraglio più totale, permettendo che ogni cittadino fosse educato dalla propria televisione di riferimento o dall’orgia di notizie sui social, conferendo in questo modo  agli organi di informazione un ruolo di educatori che poco gli compete. Questi ultimi infatti, essendo spesso e volentieri diretta emanazione del potere, non hanno fatto altro che annientare giornalmente la psicologia degli spettatori alimentando in più occasioni un senso di competizione tra i “buoni”, ovvero coloro che acriticamente seguivano tutte le disposizioni, e i “cattivi”, ossia chi osava porsi la minima domanda o avere il minimo dubbio sul fatto che la rappresentazione mediatica venisse formulata nella maniera corretta.

Perplessità che non ci sarebbero state se si fosse spiegato dall’inizio il perché di certe decisioni e soprattutto la prospettiva alla quale queste miravano. Ecco che si quindi è determinata una situazione in cui né la politica, né l’informazione hanno colmato questo senso di disorientamento provato da tutte quelle persone che ogni giorno si vedono togliere spazi di libertà senza conoscerne né le ragioni né il senso. In questo vuoto di autorità si sono insinuati i virologi, diventati, anche e soprattutto grazie alla visibilità data costantemente loro dalle televisioni, dei veri e propri punti di riferimento sociali. La comunità si è trovata di punto in bianco ad ascoltare bollettini medici confusi e talvolta poco chiari contraddistinti però da un inequivocabile allarmismo di fondo che non poteva non determinare un senso di ansia e di panico.

Ancora una volta la conseguenza di tutto ciò è stata la disgregazione della comunità nazionale, in quanto in molti, avendo demandato qualsiasi tipologia di spirito critico e mentale, non trovavano di meglio che prendersela o di fare da delatori verso l’Homus Vicinus, non avendo la razionalità in quel momento di pensare che quello stava vivendo le stesse identiche sensazioni.Il cittadino della porta accanto, in piena linea con il pensiero liberista, diventa un competitore, un potenziale ostacolo al ritorno alla normalità, e non un connazionale con cui essere solidale in un momento tanto difficile.

Alla luce di tutto ciò possiamo affermare sempre più forte che il dividi et impera si conferma la strategia prediletta dal sistema quando si vuole evitare che il popolo direzioni la sua rabbia verso i giusti bersagli. L’improvvisazione con la quale è stata e si sta affrontando  la realtà odierna dimostra che il capitalismo, oltre a distruggere i popoli, è un sistema che pensa alla giornata, non programma il domani se non quando è sicuro di trarne grande profitto e tratta i cittadini come cavie da laboratorio da modellare bene e immettere sul mercato, senza alcun valore spirituale.

D.P.

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