A proposito della Reggenza Italiana del Carnaro

Trasformare il cardo bolscevico in rosa d’Italia, rosa d’amore. (Gabriele D’Annunzio)

Succede spesso; quando stanno subendo una costante e repentina perdita di consensi, si inventano di tutto, si arrampicano sugli specchi, e soprattutto mistificano la storia. In questo campo particolarmente sono maestri da sempre. Così oggi certi sinistri professoroni e storici ‘’partigiani’’, ci vengono a cantare che niente o quasi ci fu in comune nel filone storico tra l’eroica impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio di cui quest’anno ricorre il centenario ed il movimento prima ed il regime fascista dopo. Nel secondo dopoguerra, a mistificare persone ed avvenimenti, qualcuno ci provò già con la figura immortale di Filippo Corridoni ma con scarsi esiti come era ben prevedibile.

Certo quando si smarrisce la bussola, non si sa più che strada intraprendere, dove sbattere la testa per risollevarsi dall’eterno oblio cui siamo condannati dalla Storia, ci salta in testa di tutto tutto, e allora anche l’impresa di Fiume o la ricorrenza della Carta del Carnaro può fare ”chic”, per cercare di intercettare consensi in un campo e in un mondo che logicamente e per forza di cose mai hanno intercettato e mai intercetteranno.

Allora si rettifica la storiografia di potere, accomodandosela sempre più spudoratamente a proprio vantaggio e convenienza politica, si stravolge in maniera ancor più radicale la Storia veritiera, ed allora per i caporioni storici dell’antifascismo permanente e militante, anche il fino a ieri censurato e scomodo fascista D’Annunzio tutto di un balzo fascista o filo-tale non lo sarebbe mai stato, e l’impresa fiumana non sarebbe più stata già una beffarda manifestazione ed un esperimento proto-fascista, bensì l’embrione di una rivoluzione mancata di estrema sinistra, o addirittura un simil-stato sovietico, a tratti antifascista.

Come sempre tocca a noi pochi muoversi per cercare di salvare quantomeno la memoria storica violentata e camuffata a loro piacimento ogni qualvolta. Vero è indubbiamente e mai nessuno ne ha fatto mistero, che al fianco della formidabile e mai doma enfasi patriottica e nazionalista unita al sentimento di riscatto per la terra irredenta a seguito della ‘’vittoria mutilata’’ ; che accompagnò il Vate ed i suoi legionari nella conquista di Fiume, ci fu anche altro. Altro che portò di lì ad un anno dalla liberazione della città, alla proclamazione della Reggenza Italiana del Carnaro, ed alla sua bozza costitutiva nella Carta del Carnaro scritta a quattro braccia da Gabriele D’Annunzio e dal sindacalista rivoluzionario già fascista Alceste De Ambris.

Ci fu, evidentemente a Fiume nel 1920, un’idea di Stato, un progetto politico sicuramente innovatore, socialmente avanzato, se vogliamo di ”sinistra nazionale” (non certo di estrema sinistra collettivista ed internazionalista) che si rispecchiava guarda caso non poco col paritetico progetto innovatore, socialmente avanzato, repubblicano, socialista e se vogliamo sempre di ”sinistra nazionale” estrapolato nel programma dei Fasci Italiani di Combattimento sorti da appena un anno. Oltre a militari, semplici combattenti, arditi e nazionalisti il fulcro dei legionari dannunziani giunti a Fiume e che dette vita alla Reggenza del Carnaro era composto da quel nucleo di interventisti di sinistra: sindacalisti rivoluzionari, ex socialisti, repubblicani, futuristi; stessa precisa componente politica che da pochi mesi in Italia animava anche il movimentismo dei Fasci di Combattimento di Benito Mussolini nati il 23 marzo 1919 a Milano in piazza san sepolcro.

Molti furono contemporaneamente ed in perfetta coerenza legionari fiumani e fascisti, è il caso (per citare il  più emblematico) di Ettore Muti, uno dei personaggi più popolari ed amati dal Poeta-Soldato a Fiume, già al tempo aderente ai Fasci; ”superfascista” e segretario del partito durante gli anni del regime, ucciso nel 1943 dalle milizie di Badoglio per la propria fedeltà a Mussolini. Oppure Mario Carli,ardito futurista, brillante agitatore rivoluzionario e giornalista dannunziano a Fiume direttore de ‘’La Testa di Ferro’’, poi fervente fascista direttore del giornale ‘’L’Impero’’ negli anni ’30; Francesco Giunta capo fascista triestino e legionario ; Guido Keller avventuriero amatissimo tra i legionari fiumani; l’artefice della simbolica impresa rappresentata dal lancio aereo di un pitale con un mazzo di carote su Montecitorio; più tardi aderente al Fascismo e partecipante alla Marcia su Roma, e ancora Giovanni Giurati primo Capo di Gabinetto della Reggenza, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo.

La stragrande maggioranza dei legionari fiumani insomma successivamente rimasero fascisti o aderirono al Fascismo. Lo stesso D’Annunzio si iscrisse tra il 1919 e il 1920 durante gli anni della Reggenza al Fascio Fiumano di Combattimento, e nel 1925 fu con Marinetti tra i primi firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti. Da parte fascista si registra una raccolta fondi stanziata nel ’19 da ‘’Il Popolo d’Italia’’ atta a finanziare l’impresa fiumana . La sintonia fu quasi totale. Situazione analoga avvenne del resto con gli Arditi d’Italia tutti confluiti nei Fasci a parte l’infima nettissima minoranza dei fantomatici ”arditi del popolo”passati alla causa internazionalista.

Infame e squallido è venire a falsare ancora una volta la storia per loro spudorati tornaconti, cercando di ridarsi chissà quale ‘’verginità politica’’ nazionale, nell’era dove si mostra ogni giorno il volto fallimentare del sistema globalista da sempre cantato e decantato da questi.  I padri spirituali dei certi professoroni odierni che pretendono di riscrivere la storia a loro piacimento anche sulla questione fiumana son ben identificabili semmai in quelle frange dell’estrema sinistra più o meno marxista-leninista che a suo tempo disprezzavano, denigravano ed osteggiavano i legionari fiumani, così come i reduci e gli arditi,rei di aver combattuto al servizio della Nazione e di voler ‘’perseverare’’ a difenderla ed amarla, macchiandosi di reato di fronte al dogma freddo me sordo del sedicente internazionalismo proletario.

Anche il programma politico fortemente rivoluzionario e sociale, nonché la struttura statuale emanata nella Carta del Carnaro fu boicottata in larga scala dalle frange della sinistra socialcomunista allineata alle dottrine di Mosca. Pochissime voci in quel frangente appoggiarono l’impresa fiumana, è il caso di Gramsci (in un primo momento), e di Nicola Bombacci poi espulso dal PCd’I e passato più tardi alla causa mussoliniana, e di pochissimi altri.

I fascisti altresì appoggiarono l’impresa di Gabriele D’Annunzio e la Reggenza del Carnaro; e come detto molti fascisti si trovavano allo stesso tempo ad essere legionari dannunziani. Mussolini appoggiò D’Annunzio sia pure con pragmatismo politico. Del resto il sunto economico-sociale espresso da De Ambris nella Carta del Carnaro era quello della politica sociale cui mirava il Fascismo. La casa di provenienza politica e culturale era quella. Alceste De Ambris fu al fianco di Mussolini nei Fasci di azione rivoluzionaria dai tempi dell’interventismo, nell’adunata del marzo ‘19 di piazza san sepolcro aveva aderito al movimento fascista, prendendo parte alla stesura del programma; se ne distaccherà in seguito più per ragioni di orgoglio legate a divergenze strategiche, che non a divergenze politiche. Il fartello di Alceste, Amilcare invece diverrà in seguito importante esponente sindacale fascista e membro di diritto della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, così come quasi la totalità dei sindacalisti rivoluzionari .

Ed è proprio ai principi sociali corporativi rivendicati da De Ambris e D’Annunzio a Fiume, che il Fascismo si ispirerà in maniera più o meno diretta nella Carta del Lavoro del 1927; e del Corporativismo farà la sua dottrina economica e sociale dalla fine degli anni venti inaugurandolo come terza via alternativa al sistema del liberal-capitalismo e del marxismo-leninismo. La Carta del Lavoro del 1927 che rompe col sistema liberal-liberista attraverso la sua imponente legislazione sociale è figlia della Carta del Carnaro, con le dovute rettifiche e ammodernamenti capibili non tanto in materia sociale quanto in materia di struttura dello stato. Del resto lo Stato mussoliniano come noto era destinato a sopravvivere ad oltre un ventennio e non sarebbe mai vacillato senza l’intervento militare demo-plutocratico; la natura romantica quanto idealmente importante dello stato dannunziano a Fiume aveva invece dato vita ad un sistema evidentemente più precario, anche se caduto sempre in maniera forzosa per opera della reazione regia.

Altro punto interessante indubbiamente fu il riconoscimento dell’ Unione Sovietica leninista da parte della Reggenza Italiana del Carnaro. Con essa lo stato dannunziano intavolò relazioni; ma è assolutamente ed esattamente quello che allo stesso modo l’Italia mussoliniana qualche anno più tardi farà prima su tutti tra gli stati europei e mondiali. L’espulsione dal partito comunista d’Italia del sopra citato Bombacci infatti avverrà proprio quando su invito di Lenin e con il beneplacito di Mussolini il rivoluzionario comunista si fece intermediario di rapporti commerciali e diplomatici tra i due Stati, sognando addirittura di ‘’unire’’ le due rivoluzioni.

Agli specchi per le allodole oramai abboccano fortunatamente sempre meno allodole. Il D’Annunzio post-fiumano è un D’Annunzio non reietto, ma un D’Annunzio che stanco non mostra più fervente interesse per la politica attiva ed in prima persona, (molte delle proprie battaglie le vede esattamente incarnare dal sistema politico instaurato da Mussolini), se ne defilerà presto restando esclusivamente nel campo della propria passione letteraria. Il Fascismo viene apertamente appoggiato dal Poeta-Soldato in maniera convinta e non per convenzione. Il regime lo ricompenserà non solo per il suo essere ligio al fascismo, ma soprattutto per l’impulso e gli insegnamenti che Egli primo su tutti tramandò a quelle avanguardie. Ed il suo messaggio certo mai poteva essere dimenticato o peggio ancora eclissato.

Oggi a distanza di un secolo dobbiamo sopportare il sentir dire che il Fascismo ha poi tradito e trasfigurato certi valori sognati a Fiume, ereditando soltanto la peggior parte, ossia quella violenta e squadrista del messaggio ‘’fiumano’’. In verità a quei valori, a quei postulati, a quel messaggio, a quel sogno il regime cerco di dare anima concreta, più o meno riuscendoci.

Delle abitudini, degli eccessi di smoderazione poi (tanto propagandati dagli ambienti radical-chic) di una certa vita nella Reggenza poco ci interessa, e poco dovrebbe interessare la discussione sul piano politico e sociale.

C’è un filo conduttore che lega saldamente l’esperienza fiumana al movimento sorto in Piazza S. Sepolcro; la Carta del Carnaro del 1920 alla Carta del Lavoro del 1927;la Reggenza Italiana del Carnaro alla Repubblica Sociale Italiana; ed il filo è di ottimo acciaio resistente; temprato da persone del calibro e dello spessore di un Ettore Muti qualsiasi.

Giacomo Ciarcia

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